Lo studio milanese, Architetto Italiano 2024, racconta l’approccio basato sulla ricerca, che lo spinge a tradurre nei progetti di tutti i giorni le novità più interessanti che arrivano dal mondo dei neomateriali sostenibili
La buona architettura è da sempre un medium tra il possibile e il reale, il gancio che porta a terra la ricerca più radicale. Un po’ come tradurre il futuro nel presente, che è la cifra di Park Associati, lo studio milanese premiato non a caso dal Cnapp come Architetto Italiano 2024. Il riconoscimento arriva per un progetto specifico – la Luxottica Digital Factory che reinventa a Milano un’architettura industriale esistente, legando innovazione e memoria urbana – ma premia, più in generale, un metodo basato sulla ricerca, cui lo studio ha dedicato un’intera unità, Park Plus.
Michele Rossi, fondatore di Park Associati insieme a Filippo Pagliani, e Matteo Arietti, head of innovation dello studio, che cosa è esattamente Park Plus?
L’unità di ricerca che affianca il flusso di lavoro dello studio aiutando a evolverne il pensiero strategico, la carica innovativa e il posizionamento. La ricerca è il nostro strumento per migliorare. Il dipartimento nasce nel 2019 con l’idea di supportare in maniera capillare l’indagine su più fronti. Quello dei materiali è stato uno dei primi. Volevamo uno strumento dedicato alla raccolta di informazioni, che ci aiutasse a riversare quello studio nei progetti. Per noi la ricerca è qualcosa che deve aiutare a risolvere problemi puntuali, un mezzo che offre soluzioni da implementare nei progetti alla prima occasione utile.
Una ricerca applicata, dunque, non pura speculazione
La nostra ricerca è innanzitutto uno sguardo su ciò che c’è di nuovo. Abbiamo indagato il legno come materiale per l’architettura perché volevamo capire bene le possibilità della costruzione ibrida, sgombrando il campo da preconcetti duri a morire su quel materiale, per esempio che costa tanto e dura poco. Poi la ricerca si è tradotta in pratica, visto che abbiamo riprogettato in chiave ibrida, usando anche il legno, un edificio che in origine avevamo pensato in calcestruzzo. I dati, l’approfondimento che avevamo condotto, ci sono serviti a capire che c’era una strada alternativa praticabile.
Quello dei materiali innovativi e sostenibili è un mondo fatto di proposte spesso troppo radicali per essere spendibili. Che approccio avete verso queste possibilità?
Quanto abbiamo fatto con il legno è un esempio concreto del nostro approccio: abbiamo dimostrato che esiste una filiera matura e che i costi per chi vuole sceglierla sono accettabili. Più in generale, sui biobased material lavoriamo un po’ come dei precursori: ci piace ricorrere a un materiale per aiutare la comunità a conoscerlo. Ovviamente quel materiale deve essere scalabile. Dal canto nostro, ci prendiamo la responsabilità di capire dove e come può essere utilizzato, di mettere a confronto due ipotesi possibili per la stessa causa e poi lavorare per accorciare la distanza tra la strada tradizionale e quella più innovativa.
Ragionate e lavorate come una sorta di ambasciatore dell’innovazione
Ci piace unire i puntini, dare una veste pragmatica a prodotti ancora puri, di cui cerchiamo di rilevare le opportunità e i limiti. Il radicalismo ha un forte valore dimostrativo, ma difficilmente diventa scalabile. Per l’ex Hotel Michelangelo di Milano, per esempio, abbiamo scelto una via apparentemente poco sexy dal punto di vista della comunicazione, come quella che passa dalla decostruzione dell’edificio per il reimpiego dei suoi materiali. La stessa via che ci ha permesso di portare in Italia, per quel progetto, il brevetto americano TopDownWay, la piattaforma per lavorare verticalmente in contemporanea su più piani eseguendo allo stesso tempo lo smantellamento delle facciate, la demolizione del piano e la rimozione delle macerie. Man mano che i lavori procedono, la piattaforma scende in modo controllato fino a quando non raggiunge il livello zero e il palazzo è completamento demolito, ma con tutti i materiali di cui era fatto pronti a essere reimpiegati. In particolar modo, il vecchio rivestimento di facciata in formelle di clinker è stato riportato a nuova vita diventando parte del sistema di finitura del progetto di interior-design.
Questo approccio è diventato quasi un know-how con Atlas. Praticamente un manifesto del vostro metodo
Sì, Atlas è un manifesto con un’anima teorica basata sul racconto e l’elaborazione critica della sostenibilità, ma è soprattutto uno strumento operativo che nasce dall’analisi degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, un mezzo per indirizzare i nostri progetti verso una consapevolezza ambientale più concreta che vuol dire non appiattirsi sull’opinione del mercato, muoversi a 360 gradi. Vogliamo riportare nero su bianco regole che ci ricordano quanto abbiamo fatto e quello che ancora dobbiamo fare. Sono anche strumenti che condividiamo con i clienti, per guidarli verso decisioni più consapevoli e responsabili.
Il vostro metodo mette in discussione l’architetto come firma…
Noi crediamo che il compito dell’architetto, nel nostro tempo, sia quello di lavorare sul costruito, e questo vale nel caso che esista una qualità intrinseca recuperabile come in quello che non ci sia. È sufficiente uno scheletro in cemento armato per avere un buon punto di partenza. Certo, partire dal costruito vuol dire avere un metodo più che una mano, lavorare più come interprete che come firma, reinterpretando l’identità profonda di ogni progetto e proponendo una visione originale”
Ripaga essere conosciuti più per un metodo che come delle archistar?
Inizia a essere più interessante avere un metodo che uno stile e concentrarsi sul perché si fanno determinate scelte. Viviamo un’epoca che vede sgretolarsi molti dei pilastri su cui è stata costruita l’architettura come l’abbiamo conosciuta finora. È come se il tramonto dell’architetto con la A maiuscola aiutasse l’architettura come disciplina. Il mondo è talmente complesso che è impensabile parlare ancora di architetto come figura professionale indipendente. Sta davvero cambiando tutto, per questo riteniamo doveroso avere un approccio multidisciplinare, che vuol dire meno firme e più freschezza. E tanta complicità dentro lo studio e tra i professionisti che lo compongono.