Quando il design entra nella materia. Oltre la decorazione, nell’estetica della tridimensionalità e nell’identità dei materiali. Lo spiega Diego Grandi
Riconosciuto per il lavoro creativo e approfondito nel surface design, Diego Grandi porta avanti la sua ricerca ventennale, che spazia su vari materiali e supporti, collaborando attivamente con le aziende nello sviluppo di nuove dimensioni tattili e percettive. Ma anche di performance, come racconta la recente superficie Mathera, un sottilissimo strato (4 micron) di polvere di legno, pietra e quarzo miscelati a leganti resinosi, apposto sul pannello rigenerato di Saib Egger Group che non solo ne mantiene la completa riciclabilità a fine vita, ma gli conferisce una straordinaria resistenza agli urti e ai graffi. Le esperienze di Grandi nel design delle superfici sono paradigmatiche di una mutata attenzione da parte di progettisti e interior designer sul loro valore decorativo e sensoriale, entrando a pieno titolo nella composizione architettonica degli spazi. “Assisto a un cambiamento radicale rispetto a quando ho iniziato a occuparmi di superfici”, sottolinea Diego Grandi, “perché si è compreso che la ‘pelle’ dei materiali – il layer tra il fruitore e il mondo – è piena di contenuti. Ce lo ha insegnato Massimo Morozzi nella relazione tra decoro e tessuto. Quest’ultimo strato è di fatto un linguaggio che trasmette cultura alla parte fisica a cui si applica”.
Nel caso di Mathera c’è anche un contenuto di sostenibilità. E presto anche una nuova ricerca estetica
Sì. E il primo non è solo relativo alla tecnologia dei materiali che riutilizza materie prime-seconde e che rende il pannello completamente riciclabile a fine vita, ma anche perché nell’estetica richiama sia il mondo naturale, ovvero le pietre da spacco, sia l’idea di materie non inquinanti. Con Saib Egger Group la ricerca va avanti dal 2020 e presto presenteremo una nuova superficie con nuovi colori. Se nella prima collezione abbiamo voluto seguire la vocazione stessa del materiale, ovvero la polvere di pietre riciclate e quarzi, evocando la tridimensionalità delle pietre spaccate e la tattilità dei materiali gessosi, con la prossima linea di lastre rigenerate vogliamo aprirci verso nuove forme di decoro: con segni che creano ritmi meccanici e interazioni con la luce, per creare applicazioni e pattern inaspettati. Come per la ceramica, che fino agli inizi degli Anni 2000 aveva poco sbocco al di fuori del bagno, così queste superfici passeranno dal più comune uso in ante di armadi o boiserie ad altri ambienti della casa.
Parlando di ceramica, quali sono le prossime frontiere progettuali e applicative?
Con l’avvento della slab, la lastra sottile da 5 o 3 mm di grandi dimensioni, unita alle tecnologie di stampa digitale ad altissima risoluzione, è venuto quasi spontaneo richiamare i materiali naturali e utilizzare la ceramica come rivestimento all-over, al pari della carta da parati. Invece, nell’ultimo decennio, l’industria ceramica ha riscoperto l’antica artigianalità, rileggendo i suoi materiali in modo più autentico – ne sono un esempio le linee Bottega d’Arte di Iris Ceramica o il Crogiolo di Marazzi – e riappropriandosi della tecnica della monocottura, dei formati piccoli, dei colori naturali e degli smalti. La ceramica ritorna al proprio immaginario e alle sue proprietà intrinseche. Recuperando anche la tridimensionalità che si era persa nelle grandi lastre di basso spessore. Si vedano in questo senso le ricerche condotte dal designer per Fornace Brioni o per Bottega Nove.
Hai accennato alla carta da parati. In che modo l’hai utilizzata e perché deve ricercare un linguaggio espressivo distintivo?
Ceramica e carta da parati non sono linguaggi equivalenti, neanche a livello tecnologico – la ceramica ha ancora dei vincoli cromatici rispetto alla maggiore libertà espressiva della carta da parati. Anni fa realizzai il progetto Le Module per Jannelli & Volpi, ispirato alle piante architettoniche di Le Corbusier: rotoli di carta da parati, tagliata a quadrotti in modo da trasformarla in ‘piastrelle di carta’ e applicarla liberamente, lasciando a vista porzioni di parete. Il disegno non continuativo enfatizzava la relazione tra rivestimento e contenitore. Rispetto all’all-over e al ritmo verticale tipico della carta da parati, i quadrotti consentivano una personalizzazione dell’ambiente e la possibilità di posare anche solo pochi riquadri senza l’intervento di un tecnico. La carta veniva calibrata sulle misure nello spazio e sul bilanciamento tra cromie e pattern.
Le istanze imprescindibili della sostenibilità impongono un ripensamento dei processi produttivi dei materiali con una ricerca a monte del prodotto finito
In questo momento c’è molta sperimentazione nei materiali sostenibili. Il settore della moda ha approfondito il riciclo di cotone, plastica e Pet e applica, in modo scalabile, tessuti rigenerativi da funghi, colture o alghe. Anche le aziende del design dovrebbero investire nella ricerca in questi ambiti, non soltanto in ottica di economia circolare, ma anche di nuovi scenari tattili e visivi. Recentemente ho attivato una collaborazione con Colorobbia, storica realtà della provincia di Firenze, produttrice di smalti, colori e argille, per un approfondimento sui pigmenti e sulla sperimentazione nel colore. Sto entrano all’interno della materia. Si consideri che pigmenti e cartucce per stampanti ceramiche nascono da un sofisticato equilibrio di componenti e materie che influenzano non solo la cromia superficiale ma anche gli effetti nella tridimensionalità. Le proprietà tridimensionali della materia sono sicuramente un aspetto da approfondire.