INTERVISTE
Carola Bestetti

Da quattro anni alla guida di Living Divani, la ceo che parla guardando negli occhi snocciola i valori chiave di un’azienda aperta ai talenti. “Il design fa ancora sognare, ma nessun divano salverà mai il mondo”

Carola Bestetti appartiene a quel gruppo di – rari – imprenditori del design che quando parla ti guarda dritto negli occhi. Un po’ come fa Living Divani, l’azienda con cinquantacinque anni di storia che Bestetti guida dal 2020, portando nel mondo patinato dell’arredo italiano un lessico familiare fatto di parole altrettanto inconsuete. Umiltà, per esempio: “Guardare gli altri negli occhi è un mio valore personale, oltre che dell’azienda. Qualcosa che ho ereditato dai miei genitori. Umiltà vuol dire sapere di operare in un campo privilegiato con la consapevolezza che nessun divano salverà mai il mondo”.

Partiamo da lontano. Sul sito di Living Divani vi definite “fissati” del design. Anche le fissazioni evolvono: com’è la vostra, nel 2024?

La fissazione per il design è quella cosa che ci porta da sempre a sperimentare e a ricercare la qualità assoluta. È chiaro che questa fissazione è cambiata nel tempo, come cambiano i mercati e le necessità del pubblico. Se negli Anni 80 e 90 si poteva lavorare sulla forma realizzando prodotti sopra le righe, adesso che quelle forme rischiano di essere viste con sospetto, lavoriamo su un messaggio più rassicurante, senza dimenticare mai il gusto per l’inatteso. Siamo l’azienda che nel 1995 metteva al mondo la Frog di Piero Lissoni, un pezzo in anticipo sui tempi con le sue linee che ricordano una rana pronta a saltare nell’acqua. Ma siamo anche quelli che dieci anni dopo uscivano con Extrasoft, un altro progetto di Piero, diventato best seller, che trasforma il divano in una creazione geometrica dai contorni incerti. Diciamo che la fissazione è una spinta a muoversi con entusiasmo tenendo fermi una serie di pilastri. È quello che abbiamo fatto con l’ultima collezione, dove manteniamo lo spirito di quella con cui celebrammo il mezzo secolo di storia, nel 2019. Insomma, se la domanda è: rinuncereste mai a fare qualche follia, la risposta è che le abbiamo sempre fatte e continueremo a farle.

Lissoni, con voi, è andato al cuore di che cosa vuol dire fare art direction: un bilancio di questa collaborazione storica?

Piero è arrivato negli Anni 80, quando a guidare l’azienda erano i miei genitori e non era ancora prevista una figura come quella che sarebbe poi diventato lui. Ci sono diversi modi di concepire l’art direction, a partire dalla cura dell’immagine, ma Lissoni con Living Divani ha fatto molto di più, contribuendo a dare all’azienda la forma che ha.

A proposito di immagine: le aziende italiane del design sono al passo con quella comunicazione democratica che la società digitale pare avere portato?

Il digitale è anche qualcosa che ha generato appiattimento. Spesso ci si ferma all’immagine senza andare in cerca della qualità. E questo è un problema. D’altro canto, è vero: in Italia siamo un po’ indietro con la comunicazione, lavoriamo su un’immagine, come dire, statica, mentre il pubblico chiede un racconto emotivo e un approccio più basato sull’esperienza.

Trasmettere valore nell’era dei contenuti velocissimi può diventare un rompicapo: come si conciliano gli standard altissimi di un’azienda come la vostra con la cultura del reel?

Con una parola fondamentale: formazione. La nostra non è un’azienda che può far leva sui feedback diretti del pubblico, visto che ci affidiamo per lo più a rivenditori terzi. Per questo investiamo molto perché chi racconta alle persone i nostri prodotti lo faccia con la giusta consapevolezza. Devo dire che spesso neanche per noi è scontato scovare per intero il valore della filiera. Living Divani somiglia a un grande artigiano, l’eccellenza nei vari passaggi di produzione può anche essere inconsapevole. Forse anche per garantire una comunicazione più diretta ed efficace, il mondo del retail si sta spostando progressivamente sui monomarca.

Che parola è sostenibilità, per Carola Bestetti?

Siamo un’azienda che da sempre tiene alto il livello su questo fronte, ma riteniamo anche che il tema è troppo delicato per mettersi a sbandierare strategie e obiettivi, di cui ovviamente diamo conto nei dettagli sul nostro sito web. Lavoriamo perché gli arredi durino una vita, e questo ci sembra uno dei modi più sensati di avere rispetto per il Pianeta.

I talenti sono un’altra sua fissazione personale: li cercate voi o si candidano da soli?

Inizialmente ero io a fare scouting tra blog, riviste e fiere. Poi, quando è diventato chiaro che ci spendevamo per monitorare mondi a cui pochi guardavano, sono iniziate ad arrivare le proposte. Anche lì c’è stata un’evoluzione: prima valutavo le candidature da sola, adesso ho un team. Siamo passati da un’azienda che poteva dare la percezione di essere lissonicentrica (sorride) a una piattaforma aperta ai giovani. Investire sui talenti è un rischio che fa parte del nostro dna e di cui non ci priveremo mai.

Ci sono giovani e giovani: che attitudine ricerca negli under 30?

È fondamentale che esista un’affinità con i progettisti, e infatti con alcuni di loro capita pure di diventare amici. Mi piacciono i rapporti basati sulla condivisione, ho esaminato tantissimi portfolio perché mi veniva richiesto anche solo un parere. E mi è capitato di chiedere a qualcuno di fermare un progetto che amavo, ma per cui non eravamo pronti, pregandolo di non sottoporlo ad altri.

Assegna un brief o li lascia liberi di proporre?

Sono pessima nel dare i brief! Preferisco che studino il catalogo e tornino con una proposta in grado di innescare un dialogo. La dialettica è centrale: non interveniamo mai sul design di un autore, l’allineamento passa piuttosto da un cambio eventuale di materiali. Però dall’altra parte ci aspettiamo la stessa apertura e disponibilità che offriamo noi.

Il design è ancora una leva contro lo status quo?

Il design è quella cosa capace come poche altre di generare aspirazioni. Da un lato sembra finito il tempo in cui chiedevamo a un mobile di rappresentarci e di farci sognare. Dall’altro, credo che avremo sempre bisogno di relazionarci con oggetti belli, ben fatti, in grado di suscitare emozioni. Forse dovremo tutti lavorare di più sulla cultura, quell’educazione al progetto che ti permette di capire se dietro un arredo c’è qualità. E, dunque, che cosa stiamo sognando.