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Leonardo Anker Vandal

Uno spazio ruvido e ascetico, miscuglio di nostalgia e silenzio. La casa e atelier dell’artista Leonardo Anker Vandal rivela il suo mondo interiore. Uno spazio nel quale, come lui stesso dice, “ricama ogni giorno il tempo che gli è dato”

Leonardo Anker Vandal, nato nel 1988 in Danimarca, è un artista multidisciplinare che lavora con diversi mezzi, pittura, scultura, installazioni e scrittura. Nostalgia e malinconia permeano il suo lavoro che si caratterizza per un linguaggio visivo poetico ed enigmatico nel quale risalta l’antitesi tra presenza e assenza, tra l’essere liberi o confinati.

Una poetica incentrata sull’armonia, sull’equilibrio degli opposti, nella quale la materia naturale desidera diventare altro, intessendo un dialogo – continuo ma errante – tra realtà e illusione. Perchè la creazione – e l’opera – è quasi una forma di catarsi per Vandal, che alla fine del processo genera qualcosa di profondo, che emana serenità. Emblematici di questa visione sono i suoi dipinti della serie Adagio, dagli intensi colori autunnali che nella sua casa-atelier a Brescia si stagliano con forza sul cemento grigio.

Ci troviamo in un vecchio magazzino che un tempo era parte di una fabbrica di calze, in seguito convertito alla produzione di vetro, e ora diventato il luogo dove vive e crea. Uno spazio ascetico e silenzioso, volutamente grezzo che qualche anno fa, quando lo ha preso in consegna, era un vero disastro. Brescia perché, nel 2017, era stato invitato a essere il primo artista residente di Palazzo Monti, subito dopo la scelta e la creazione di uno spazio più stabile, permanente. “Ho imparato molto creando questo studio perché qui ho fatto tutto con le mie mani”, dice di questo suo rifugio di ben 350 metri quadrati.

“Ho gettato il pavimento in cemento da solo, ho eretto muri, ho progettato le luci, ho costruito quasi tutti i mobili. Chi visita il mio studio lo vede come il mio piccolo santuario, un’estensione della mia opera d’arte”. Ciò che non è una sua creazione è stato reperito nei mercatini dell’usato e raccolto in bicicletta con il suo fedele border collie, Nemorino, sempre al suo fianco. Un fruttuoso viaggio in una cava di marmo nella zona, un giro in bicicletta di un giorno, ha portato al recupero di un lavandino in marmo di Botticino del 1600 che ora è installato nella sua camera da letto.

Ma sono per lo più le opere d’arte a popolare gli ambienti, un’espressione astratta del suo sentire. I dipinti color terra di Siena, derivati da una miscela di tè nero e mordente, hanno titoli che provengono da poesie o brani musicali, dai poeti John Keats e J.B. Yeats a Gustav Mahler, il suo compositore preferito. Il processo artistico si alimenta di varie suggestioni e va di pari passo anche con quello degli artisti cinesi della dinastia Song che ha studiato per anni, i cui dipinti di montagne erano più simili a paesaggi mentali che reali.

Nel cuore dello studio è appesa As Plunging into the Tears of Our Ancestors, la sua opera più rappresentativa perché è pesante e leggera al tempo stesso, pulita e semplice: un delicato tessuto in pura seta culla quelle che inizialmente erano due semisfere di ferro saldate insieme. “Ho sempre trovato affascinante il fatto che si possa racchiudere l’oscurità dentro di sé per sempre. E che qualcosa di così bello come la seta, fatta da migliaia di bozzoli di farfalle, possa sopportare così tanto peso, e in un certo senso tanto dolore”, spiega Vandal con voce delicata.

Dall’altra parte della stanza, su mensole poste una di fronte all’altra, ci sono due serie di sculture. Mentre l’artista liquida i busti figurativi senza volto, dietro un tavolo da fornaio del 1800, come un semplice studio. Al contrario, For Marie, realizzata con frammenti rimasti dai suoi grandi dipinti trasformati in ferite semisferiche, simili a pagnotte di pane, gli è molto cara.

“Quando finisco un dipinto, ho bisogno di svuotare la mente facendo qualcosa di fisico. Prendo i ritagli, ciò che avanza, e vado nel cortile per creare qualcosa d’istinto. Di solito uso lenzuola di lino antiche, la bellezza è che queste lenzuola un tempo abbracciavano le famiglie. È dove siamo stati creati e dove moriremo”. Pensieri lirici che popolano questo suo spazio ruvido e ascetico, nel quale, come lui stesso dice, “svolge ogni giorno il ricamo del tempo che gli è dato”.