Matteo Ragni è una figura trasversale che si muove con leggerezza fra produzione e comunicazione, con un approccio eclettico e discreto, non disgiunto da una buona dose di ironia. Sincronizzando i diversi ambiti, grazie alla costruzione di un network relazionale
Laureato in architettura, vincitore con Giulio Iacchetti di due Compassi d’Oro – nel 2001 con la posata Moscardino e nel 2014 con i tombini stradali per Fonderia Montini – Matteo Ragni alterna alla progettazione, caratterizzata da un segno calibrato e attento alla funzionalità, il ruolo di direttore creativo. Fra le numerose collaborazioni Twils (di cui è art director dal 2020), Campari, Fantoni, Abet Laminati, Alessi, PdiPigna, Jannelli & Volpi, Tonelli Design, Very Wood, Alpi, Internoitaliano, Linvisibile, Danese, Citroën.
Sei architetto, designer e art director. Quale dei tre Matteo mi risponde?
Ti prendi tutto il pacchetto. Ogni volta, in effetti, mi metto un cappello diverso, mi definisco architetto di formazione e designer per passione, mentre l’art director è una logica conseguenza del mio percorso professionale. Facciamo un po’ d’ordine: da piccolo, sognavo di progettare grattacieli, da grande ho iniziato a lavorare sulla piccola scala con oggetti di uso comune con sempre chiaro, però, l’obiettivo del mantra ‘dal cucchiaio alla città’. L’architetto rimane nei miei pensieri, ma devo ammettere che nel ruolo della gestione creativa di un’azienda mi trovo bene.
Forse perché è soprattutto un lavoro che si basa sulle relazioni?
Mi piace mettere in relazione le persone interessanti, ma non confondiamo con le pubbliche relazioni per le quali, essendo un po’ orso, non sono tagliato. Per relazioni intendo che quando approccio un’azienda mi piace conoscere il capitale umano, ascoltare e valorizzare quelle risorse che spesso sono un po’ nascoste, sacrificate dall’operatività quotidiana. Poi aggiungerei un quarto Matteo, un padre con cinque figli, una situazione che mi dà molto ottimismo, una visione del mondo positiva, una genitorialità che è come un virus positivo che contagia tutto il mio modo di essere. Riassumiamo: l’obiettivo dei tre, anzi dei quattro Matteo Ragni, è quello di creare un network. Lasciando un buon ricordo quando una collaborazione si conclude.
Lavorare per l’azienda o con l’azienda
Questo è il mio mantra professionale. Per tanti anni, e per molte aziende, ho lavorato come direttore artistico senza essere identificato in questo ruolo in modo ufficiale, direi quindi sottotraccia. D’altronde, sono entrato nel mondo del design in un modo molto soft, poi la collaborazione con Giulio Iacchetti e i Compassi d’Oro hanno fatto il loro ma non ho mai suonato la grancassa. Sono sempre stato convinto di essere un gentile monogamo e non un Casanova, quando inizia una collaborazione, di solito grazie a un passaparola, io e l’azienda viviamo una vera e propria storia d’amore, con i suoi alti e bassi, ma pur sempre una storia, dove il ruolo di direzione creativa per me significa mettere il cuore nelle mani dell’azienda e viceversa. Ecco perché non mi interessano situazioni plurime, con conflitti di interesse fra un brand e l’altro.
Questa tua ‘monogamia’ la consideri un limite?
Non lo so, ma è il mio percorso. E poi, questo non essere specializzato in nulla, non identificato in uno specifico settore, non mi ha mai creato problemi, anzi, passare dagli occhiali ai tombini, dalle posate ai divani ha aperto nuovi interessanti scenari.
Con Giulio Iacchetti sei identificato con il design democratico. Riesci a essere democratico in questi ruoli?
Dipende da cosa si intende per democrazia. In ogni caso, essendo il mio lavoro basato sull’ascolto non credo proprio di essere un designer auto referenziale, che impone la sua veduta a ogni costo e su tutto. Il tema del comando non è nelle mie corde, al contrario io sono uno che amalgama e riassume, mi vedo come il gobbo che a teatro o in televisione suggerisce la battuta e i tempi, o come un direttore d’orchestra che con i suoi gesti crea una sinfonia armonica grazie al lavoro dell’intera orchestra.
Sei art director di Twils, come è nata questa relazione?
In modo inusuale. Nella seconda metà del 2019 ricevo una mail dal titolare che mi chiede un appuntamento per una eventuale collaborazione. Mi presento in azienda e scopro che sono stato suggerito da una persona, il direttore commerciale di un’altra azienda del settore living che, in procinto di iniziare a lavorare per Twils, aveva caldamente suggerito di coinvolgermi. Iniziamo a lavorare i primi di febbraio del 2020, con l’obiettivo di operare sul catalogo esistente, all’epoca praticamente solo di letti, per entrare nel segmento living.
Ma proprio in quel periodo non c’è stato il lockdown?
Esattamente, pochi giorni dopo, il lockdown. Poteva essere un disastro e invece, con Twils e con molte altre aziende, nel susseguirsi di riunioni via Skype si è creato un feeling che andava ben al di là dell’emergenza del momento, che ha gettato le basi per una collaborazione strettissima e soddisfacente da ambo le parti.
Insieme, su quali prodotti avete lavorato?
La prima volta che sono entrato in Twils la mia attenzione è stata catturata dal divano T Time che, e qui devo ringraziare gli insegnamenti di Enzo Mari, si è prestato benissimo all’introduzione di un piedino che ne ha valorizzato l’intero impianto. Si ritorna al tema del capitale umano, perché dietro il successo di ogni prodotto non bisogna mai dimenticare il ruolo dell’ufficio tecnico, di quelle persone, di solito burbere, che il lunedì mattina ti dicono “non si può fare!” e il venerdì ti presentano la soluzione tecnica appropriata. Questo è il tesoro del made in Italy.
Prima parlavi di Enzo Mari… a cosa ti riferivi?
Si, dicevo dell’insegnamento di Enzo Mari, al quale devo aggiungere quel lascito che a mio parere contraddistingue altri maestri della generazione successiva come Dordoni e Citterio, ovvero che un prodotto può anche non essere eclatante in sé, ma se risulta familiare agli occhi del cliente, se è un prodotto senza tempo allora sarà un successo. Il passo successivo è stato quello di creare una identità aziendale. E poi il coinvolgimento di Luca Nichetto, per dare un’impronta più internazionale al marchio.
Altri progetti sviluppati con Twils?
Un altro step molto importante è la riedizione di PoLet, la poltrona letto disegnata da Achille Castiglioni nel 1992, un’idea nata da una telefonata con Giovanna Castiglioni, che ben posiziona Twils nel campo del living pur mantenendo la presenza nel loro mercato di riferimento, che è il letto. Infine un po’ di design ce lo metto anch’io, con il sistema T Pad, con le poltroncine T Vision e Moon, con il letto Book. Fino ad arrivare, ed ecco un altro aspetto dell’art director, che è quello di interpretare le tendenze, al Salone di quest’anno con il sistema T Pad declinato per l’outdoor. Quattro anni intensi, e con la creazione di una filiera interna che ha coinvolto tutti, dai titolari alla comunicazione e al commerciale, dai designer all’ufficio ricerca e sviluppo.
Hai vinto due Compassi d’Oro, il terzo con quale prodotto te lo immagini?
Mi piacerebbe, più che vincere qualsiasi altro premio, che sarebbe comunque gradito, poter essere ricordato per aver lasciato un messaggio profondo, direi etico. Magari, con un brand creato da me.