INTERVISTE
Plantea Estudio

Architettura di piccola scala, aperta e incompleta come la vita stessa. Plantea Estudio
disegna con umiltà e realismo spazi che mettono la persona al centro.
E dove la mano del progettista non si fa notare troppo

Dietro al nome Plantea Estudio si nascondono due fratelli, Luis e Lorenzo Gil, a cui si è aggiunta in seguito la terza partner, Carla Morán. Un sodalizio professionale che affonda le radici in un ambiente famigliare inconsapevolmente stimolante, con l’architettura, il design e l’arte molto presenti. Lo studio che hanno aperto a Madrid nel 2008 è conosciuto soprattutto per i ristoranti e i locali di tendenza sorti numerosi nella capitale e molto meno per l’architettura residenziale. Il motivo va ricercato nella profonda convinzione che quella dell’architetto sia una vocazione al servizio, che comporta un’indiscutibile responsabilità nei confronti del cliente, ma anche della professione: interni volutamente imperfetti, dove chi li abita ha un ampio grado di libertà, e dove il progettista non fa brillare il proprio operato, ma consegna al cliente un’architettura neutra ma studiatissima, che consente al quotidiano di svolgersi con normalità. Tutto il contrario dell’egolatria e dello star system.

Un sodalizio professionale di due fratelli, con un padre architetto, che trasmette la passione non a uno, ma a entrambi i figli

Abbiamo un anno di differenza e siamo cresciuti come gemelli, condividendo la stanza fino a che non abbiamo terminato l’università. Abbiamo caratteri diversi ma complementari, che insieme funzionano molto bene. Indubbiamente ha avuto un forte impatto sulla nostra formazione crescere con un padre con un gusto raffinato e un’attenzione maniacale ai dettagli. La casa che si è costruito fuori Madrid e l’appartamento dove siamo cresciuti hanno segnato indiscutibilmente il nostro gusto e una certa sensibilità. Ce ne siamo resi conto solo con il tempo, allora ci sembrava normale, ma non lo era.

D’accordo, ma non è sufficiente…

No, non lo è infatti. Nessuno di noi voleva diventare architetto. Ma aver spesso aiutato nostro padre con il disegno ha forgiato in noi una certa dimestichezza con la disciplina e con la geometria, che alla fine ci ha portato naturalmente a scegliere l’architettura, agli inizi senza grande convinzione. Solo in seguito, grazie all’influenza di due professori, è arrivata la passione. Alberto Campo Baeza e José Manuel López Peláez, colui che ci ha insegnato quella che secondo noi è la vera architettura, quella basata sulla persona, su chi la vive, “dall’interno verso l’esterno”.

All’inizio, però, vi siete formati progettando grandi opere

I nostri inizi sono stati come quelli di tanti laureati spagnoli, in pieno boom delle costruzioni. Nello studio Frechilla López Peláez Arquitectos vincevamo uno o due concorsi l’anno, facevamo architettura. Quella di Madrid, all’epoca, era una scuola di riferimento, e molti professori costruivano edifici importanti, che venivano pubblicati. La scuola ebbe un impatto importante, nel bene e nel male: quel periodo non era reale, ma una bolla, che infatti poco più tardi scoppiò. Tutti noi dovemmo svegliarci dall’irrealtà di quell’architettura di grandi dimensioni, facile e per tutti. Alcuni continuano a sognarla, mentre a noi non manca, la piccola scala ci piace di più.

Quanti siete in studio?

Sei architetti e non abbiamo intenzione di crescere. Il nostro limite è il numero che possiamo controllare, per garantire quella qualità che fa la differenza. Quando sei obbligato a mantenere una struttura che ti costa 30mila euro al mese, il focus è molto diverso. L’architetto diventa un businessman che produce e dirige altri architetti. Non ci interessa dedicare tempo ed energia a progetti che servono solo a portare liquidità allo studio. Vogliamo continuare a fare architettura, e per questo dobbiamo limitarci alla piccola scala.

Il primo progetto che vi ha dato una certa notorietà è la Sala Equis a Madrid, che ebbe un certo impatto nella società madrilena

Era un luogo che non si era mai visto e come ancora non se ne vedono: la conversione di un vecchio cinema a luci rosse in un club dedicato al cinema, alla musica e alla gastronomia. Ma tra il progetto iniziale e la sua realizzazione c’è un abisso, ci siamo adattati alle contingenze e al budget che si andava assottigliando. Il risultato è dovuto a una grandissima flessibilità e alla nostra dedizione al progetto, un numero di ore davvero enorme. Ma questo è il nostro modo di concepire la professione: i nostri successi si devono tutti al fatto che non abbiamo mai misurato tempo e denaro.

Siete conosciuti per i vostri locali madrileni, e molto meno per gli spazi domestici

Il motivo è che quasi sempre lavoriamo con persone con un budget normale. Esattamente come per il medico che non sceglie il malato, se ci chiama una persona che vuole metterci in mano i suoi risparmi per risolvergli una casa, facciamo fatica a dire di no. Scegliamo molto poco quello che facciamo. Ciò che ci interessa è elevare il livello medio dell’architettura, senza che sia necessariamente più costosa.

Questo discorso è applicabile anche al settore non residenziale?

Certamente. Esistono occasioni speciali, come un negozio o un ristorante, ma la maggior parte dell’architettura è costituita da quelle quotidiane. Per esempio, stiamo lavorando a una catena di ristoranti tipo fast food. Ciò che guadagniamo da questo tipo di progetto dal budget contenuto non è prestigio, ma è elevare il livello medio di questo tipo di locali, perchè altri potenziali clienti di questa fascia cerchino la collaborazione di professionisti che hanno il nostro tipo di approccio.

Ultimamente si sente spesso associare il progetto di interior ad aggettivi come “senza tempo”, quasi come un mantra

L’importante è che ci sia equilibrio tra ciò che è momentaneo e ciò che è duraturo. Le questioni che riguardano il presente e che si rifanno a materiali, soluzioni e tendenze più attuali fanno leva sulle emozioni più superficiali: una reazione istantanea, la sorpresa. Ma più importanti sono i valori permanenti, che si riferiscono alle emozioni profonde e che alla lunga influiscono sul benessere: un certo ambiente, la sonorità, l’ordine e le proporzioni, la temperatura e l’intensità della luce.

Spesso si associa l’atemporale con il minimalismo estremo. Perchè ricercare a tutti i costi una neutralità?

Non produciamo quasi mai un’opera completa. Il progetto nel nostro caso è minimo perchè gli manca qualcosa: quello che chi usufruisce dello spazio vuole aggiungere per renderlo proprio. Noi la chiamiamo “imperfezione dell’opera”. E la neutralità, soprattutto in ambito residenziale, facilita questo compito.

C’è un linguaggio comune nei vostri progetti, che implica la scelta di materiali ricorrenti

La terracotta e la ceramica sono presenti in quasi tutti i nostri progetti, così come il cemento, non solo nelle superfici ma anche per gli arredi fissi realizzati in situ. Il legno massiccio, la pietra e i metalli lavorati dal fabbro. L’idea è impiegare materiali non processati. Si potrebbe fare un parallelismo con il cibo, quando il nutrizionista ti dice di non mangiare cibi trasformati. Noi facciamo lo stesso, ma con i materiali.

Tradizione, eredità culturale, contesto. Qual è il vostro approccio?

Sentiamo che il nostro contributo va sempre a completare qualcosa che già esiste. Il dialogo con il contesto è fondamentale. Sembra scontato in Italia, ma in Spagna non lo è. Basti pensare che fino a due decenni fa nelle facoltà non si sottolineava l’importanza dell’architettura precedente agli Anni 80. A Madrid questo interesse per il “locale” è molto recente, da quando la crisi ha obbligato a ridurre la scala di progetto. Oggi più che una necessità è diventata una convinzione.

A quali progetti state lavorando?

Abbiamo appena completato l’Hotel Humano a Puerto Escondido, in Messico, dove si prevede una seconda fase. Diverse case unifamiliari a Madrid e nelle Asturie, la ristrutturazione di una casa antica nel centro di Mahón, alcuni appartamenti. E poi ristoranti, una gioielleria e una caffetteria a Berlino.

Un progetto che vi piacerebbe realizzare?

Ci piacerebbe progettare una palazzina con una decina di unità, come ce ne sono tante in Italia, dove tutti i vicini si conoscono e con zone comuni. Dove ampliare lo studio e la ricerca… per progettare una casa ben pensata e dedicata a un gruppo ristretto di persone.