Per Mirage Studio Hasuike firma Shiki, una superficie – e un sistema compositivo – che si ispira al tatami giapponese. Con una lavorazione sottile di trama e ordito
Shiki – l’ultima collezione di Mirage lanciata alla Design Week 2026 – non è una semplice superficie ceramica. È un vero e proprio sistema compositivo, con una grammatica che si articola attraverso moduli, ritmi e direzioni che il progettista dispone secondo una logica propria, creando spazi diversi per layout e percezione, dalla continuità assoluta alla tensione controllata tra campi visivi contrapposti. Un progetto che porta la firma di Studio Hasuike, che per l’occasione si è ispirato al tatami giapponese. “Un elemento che – come ci raccontano Makio e Naomi Hasuike – ha misurato per secoli lo spazio dell’abitare giapponese non in metri, ma in moduli”.
Durante la presentazione avete raccontato che per Shiki vi siete ispirati al tatami. Un oggetto affascinante, che è superficie, unità di misura e sistema di relazioni spaziali. Quale di queste dimensioni vi ha interessato di più?
Makio Hasuike L’origine vegetale del tatami, apparentemente in contrasto con la durezza del materiale ceramico, ha creato per noi un punto da cui partire. Il tatami combina la compattezza della trama che si arricchisce attraverso i riflessi della luce. Volevamo riprendere questa ricchezza per applicarla alla superficie a pavimento. Anche l’ordine compositivo contribuisce, attraverso la lieve direzionalità, a creare il senso dello spazio.
Shiki è un sistema compositivo, nel quale ogni lastra dialoga con le altre. Quindi la posa è il luogo dove il progetto prende forma…
Naomi Hasuike La superficie è estensione. Shiki mantiene una certa discrezione nella sua espressività ma allo stesso tempo offre la possibilità di rendere fortemente spaziale la sua presenza. Questo avviene nel caso di inserimento della bordatura. Nel caso poi di inserimento del listello a contrasto si accentuano campi e linee direttive. Abbiamo voluto offrire la possibilità a ognuno di creare il proprio ambiente, di calibrare attraverso lo schema compositivo il carattere spaziale desiderato.
Dopo sessant’anni di lavoro nel design e su materiali molto diversi tra loro, cosa ha significato per voi confrontarvi con la ceramica?
MH Ogni progetto è il risultato di un percorso di pensieri e confronti, e ogni volta ci sono nuove scoperte che mi arricchiscono di nozioni tecniche, ma in realtà quello che incide di più sono gli stimoli che ricevo durante tutto il percorso di progetto e realizzazione. Naturalmente in questo caso il materiale è stato fondamentale.
NH Per me è stato molto stimolante perché il materiale ha una duplice natura, apparentemente in contrasto. La sua trasformazione mette in relazione processi altamente tecnologici con la componente imprevedibile del materiale stesso, che bisogna comprendere e gestire.
In Shiki convivono essenzialità e decoro, due valori apparentemente opposti. Come li avete fatti convivere senza che uno prevalesse sull’altro?
MH Sì, proprio questo equilibrio è stato un tema del nostro lavoro. Se si analizza la collezione si capisce che le lastre senza bordatura diventano superficie compatta. Intendiamo dire che anche se la superficie ha un’intensità di elaborazione, non sarà mai protagonista nell’ambiente. Con l’inserimento della bordatura cambia l’aspetto: la superficie si trasforma, assume un carattere più forte e diventa anche decoro.
Il rapporto tra trama, bordatura e colore è frutto di una calibrazione molto fine, che riguarda sia la percezione che la tecnica. Dove finisce il progetto e dove comincia la sensibilità?
NH Ogni dettaglio tecnico è stato complesso. Riuscire a calibrare la visibilità della trama, la tridimensionalità, il senso di naturalezza e di irregolarità, tutti questi elementi sono molto tecnici ma contemporaneamente richiedono un’interpretazione dettata dalla sensibilità. Anche il colore ha subito lo stesso processo.
Una superficie che offre un’ampia libertà compositiva non è per tutti: richiede sensibilità. A quale tipologia di progettista si rivolge Shiki?
MH Shiki introduce un’ampia variabilità nello studio degli schemi di posa. Quello senza bordatura prevede solo due direzionalità da determinare, quello con bordatura richiede più attenzione. I listelli condizionano molto il risultato perché dipende da come vengono inseriti. Dalla posa semplice e ripetitiva si arriva a configurazioni più originali e spaziali. Il progettista che desidera trasmettere una sua specifica impronta può apprezzare e utilizzare questa libertà compositiva.
Per gran parte della vostra carriera avete creato oggetti. Come cambia il modo di progettare quando si disegna qualcosa che le persone non usano ma abitano?
MH Forse la differenza più rilevante è la bidimensionalità. Ma, per come io intendo il lavoro di designer, penso che alla base ci sia sempre lo stesso pensiero: far stare bene il fruitore. Quindi da questo punto di vista non c’è grande differenza. Forse che ci camminiamo sopra è ciò che fa la differenza?
NH Shiki è non solo prodotto ma anche spazio. Così, durante il processo progettuale, si è considerata la componente legata al senso di permanenza e di appartenenza. Il prodotto si lega a un luogo, esprime se stesso in relazione a uno spazio. Non è mobile o transitorio e il legame emotivo che si crea combina prodotto e architettura.
Per concludere, se doveste racchiudere l’essenza di Shiki in una parola, o in un solo concetto, cosa direste?
MH Come le quattro stagioni Shiki fa parte del nostro vivere. Esprime un codice espressivo nuovo, speriamo universale.