Linee scultoree e volumi dinamici. La mano dietro al Vitra Design Museum è naturalmente quella di Frank Gehry. Autore di un capolavoro decostruttivista che da oltre 30 anni custodisce le icone del design internazionale
Nel silenzio della campagna al confine tra Germania e Svizzera, un edificio bianco dalle forme dinamiche e scultoree rompe la linearità del paesaggio. È il Vitra Design Museum, inaugurato nel 1989 a Weil am Rhein e progettato da Frank Gehry: una presenza che nasce da una precisa visione culturale maturata nel corso di decenni.
Tutto ebbe inizio con Willi Fehlbaum, fondatore di Vitra – azienda leader nel settore della produzione di mobili di design – che, nel secondo dopoguerra, intuì come il design potesse trasformarsi da semplice produzione industriale a linguaggio capace di incidere sul vivere quotidiano.
Fu un viaggio negli Stati Uniti a segnare la svolta: l’incontro con le opere di Charles Eames e Ray Eames nel 1953 convinse Fehlbaum a ottenere i diritti per produrre e distribuire in Europa le loro sedute. Da quel momento, Vitra divenne un tramite tra la cultura progettuale americana e quella europea.
Negli anni successivi, il catalogo dell’azienda si arricchì grazie alla collaborazione con figure come George Nelson, Isamu Noguchi e Verner Panton, trasformando l’azienda in una piattaforma di sperimentazione progettuale.
Alla fine degli Anni 70, un incendio devastò gran parte degli stabilimenti. Il figlio del fondatore, Rolf Fehlbaum, trasformò la ricostruzione in un’occasione per ripensare radicalmente il ruolo dell’architettura all’interno dell’azienda.
Nacque così il Vitra Campus: non una semplice area produttiva, ma un luogo in cui industria e ricerca architettonica potevano convivere. Il primo incarico venne affidato a Nicholas Grimshaw, a cui seguirono interventi di progettisti del calibro di Zaha Hadid, Tadao Ando e Álvaro Siza.
All’interno di questo nuovo scenario prese forma l’idea del museo. Dopo tre decenni di attività, infatti, Vitra possedeva ormai una vasta collezione di sedute e arredi. Inizialmente, quindi, si immaginò uno spazio espositivo essenziale, quasi un deposito aperto al pubblico.
Durante il processo progettuale, però, l’ambizione cambiò: da struttura funzionale si passò all’idea di un’istituzione autonoma dedicata alla ricerca e alla divulgazione del design. Affidare l’incarico a Gehry rappresentò quindi una scelta strategica.
Negli Anni 80 l’architetto si era già affermato come figura centrale del decostruttivismo, ma il Vitra Design Museum segnò per lui un passaggio decisivo: fu il suo primo edificio europeo e l’occasione per tradurre in architettura costruita la libertà formale dei suoi schizzi.
Il risultato? Un organismo complesso, composto da volumi geometrici che si intersecano tra angoli acuti e curve sinuose. Rivestito in intonaco bianco e coperto da un tetto in zinco, l’edificio appare tutt’oggi come una scultura abitabile.
Il Vitra Design Museum ha introdotto così un nuovo modo di pensare e progettare l’architettura. Come racconta lo stesso Gehry: “È stata sicuramente una sfida. Volevo che l’esterno dell’edificio esprimesse la circolazione all’interno. È così che sono finito con le scale a chiocciola e i tetti storti. Non avevo mai fatto niente del genere prima di allora”.
Con la sua apertura nel 1989, il museo ha segnato la nascita di una delle principali piattaforme culturali dedicate all’architettura e al design a livello internazionale. Inserito nel più ampio contesto del Campus, il museo testimonia come una piccola collezione privata possa evolversi in un’istituzione capace di raccontare il design come fenomeno storico, sociale e architettonico.