A Palazzo Strozzi, una delle più ampie retrospettive mai dedicate a Mark Rothko ripercorre l’evoluzione del grande maestro dell’arte moderna. Il percorso, dalle prime immagini figurative alle composizioni astratte, restituisce un’arte che trasforma il colore in spazio architettonico
A Firenze, fino al 23 agosto 2026, tra le sale rinascimentali di Palazzo Strozzi, prende forma Rothko a Firenze, una delle più ampie retrospettive mai dedicate a Mark Rothko, maestro indiscusso dell’arte moderna. Il progetto, curato da Christopher Rothko ed Elena Geuna, si configura come un percorso espositivo concepito appositamente per la città, capace di mettere in relazione l’opera dell’artista con il patrimonio artistico e architettonico fiorentino.
La mostra si articola come un itinerario diffuso che, oltre a Palazzo Strozzi, coinvolge anche il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, luoghi profondamente legati all’esperienza italiana di Rothko. Proprio l’incontro con Firenze, avvenuto durante il viaggio del 1950, segna infatti una svolta decisiva nella sua ricerca, orientandola verso una dimensione sempre più spirituale e contemplativa, in dialogo con la tradizione del Quattrocento e con la tensione spaziale dell’architettura michelangiolesca.
Il percorso espositivo riunisce oltre settanta opere provenienti da collezioni private e da importanti musei internazionali, molte delle quali mai presentate prima in Italia, e si sviluppa secondo un andamento cronologico che consente di attraversare l’intera parabola artistica di Rothko. Dalle prime opere figurative degli Anni 30 e 40, ancora in dialogo con Espressionismo e Surrealismo, emerge un interesse per la dimensione simbolica e psicologica dell’immagine, spesso costruita attraverso richiami alla tradizione europea.
All’inizio degli Anni 40, la ricerca si apre a un immaginario neo-surrealista popolato da figure biomorfiche e riferimenti mitologici, preludio a una trasformazione radicale del linguaggio pittorico. Intorno alla metà del decennio, le forme iniziano a dissolversi nei cosiddetti Multiforms, campi cromatici sospesi che segnano il passaggio verso l’astrazione. All’inizio degli Anni 50, queste composizioni si organizzano in strutture sempre più essenziali, fino a definire le celebri tele caratterizzate da grandi campiture di colore sovrapposte.
In queste opere, il colore si emancipa definitivamente dalla funzione descrittiva: luce e pigmenti costruiscono spazi percettivi che avvolgono lo spettatore, invitandolo a una relazione diretta e profondamente emotiva. La pittura di Rothko si configura così come un ambiente mentale e sensibile, in cui la bidimensionalità della tela sembra dissolversi a favore di una dimensione immersiva.
Il dialogo con l’architettura riemerge con forza nei progetti murali della maturità, in particolare negli studi per i Seagram Murals e gli Harvard Murals, dove le superfici pittoriche assumono il carattere di soglie e portali cromatici. Non è un caso che proprio il Vestibolo della Laurenziana, progettato da Michelangelo, abbia rappresentato per l’artista una fonte di ispirazione decisiva.
Nel corso degli Anni 60, la tavolozza si fa progressivamente più scura e introspettiva: i rossi intensi lasciano spazio a bruni profondi, verdi e blu, fino alla serie Black and Gray, in cui la pittura raggiunge una sintesi estrema tra rigore e introspezione. Parallelamente, le opere su carta introducono tonalità più delicate, evocando ancora una volta la tradizione pittorica italiana.
Il progetto espositivo trova un’estensione significativa nei luoghi simbolo della città. Al Museo di San Marco, alcune opere dialogano direttamente con le celle affrescate da Beato Angelico, instaurando un confronto basato su affinità cromatiche e spirituali. Alla Biblioteca Medicea Laurenziana, invece, due studi per i Seagram Murals si inseriscono nel celebre Vestibolo, amplificando la relazione tra pittura e spazio architettonico.
Rothko a Firenze costruisce così un confronto serrato tra epoche e linguaggi differenti. La pittura di Rothko, sospesa tra astrazione e spiritualità, trova nella città toscana un interlocutore privilegiato: un contesto in cui arte e architettura convergono in una dimensione contemplativa, capace di restituire al colore una funzione primaria, quasi sacrale, di misura dello spazio e dell’esperienza umana.
Per maggiori informazioni Palazzo Strozzi.