DESIGN STORY
Carlo Scarpa per Olivetti

Commissionato da Adriano Olivetti nel 1957, il negozio veneziano firmato da Carlo Scarpa riorganizza un locale originariamente angusto in un ambiente fluido e luminoso grazie a una geniale articolazione degli spazi. Un vero capolavoro dell’architettura del Novecento

C’è un luogo, sotto le arcate delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, che si lascia trovare solo da chi lo cerca davvero. Non si impone con la grandiosità della Basilica o della Torre dell’Orologio: è più appartato, quasi come se temesse sguardi indiscreti. Eppure il Negozio Olivetti di Carlo Scarpa, inaugurato nel 1958 e oggi custodito dal FAI, è uno degli interni più straordinari del Novecento italiano.

Carlo Alberto Angelo Scarpa nacque a Venezia il 2 giugno 1906. Trascorse l’infanzia a Vicenza e si diplomò in disegno architettonico all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1926. Non si laureò mai formalmente in architettura – riceverà la laurea honoris causa solo nel 1978, pochi mesi prima di morire – e proprio questa condizione lo portò a lavorare a stretto contatto con artigiani e maestranze locali.

Tra il 1933 e il 1947 lavorò come consulente artistico per la vetreria Venini a Murano, un’esperienza che segnò profondamente la sua sensibilità verso la luce, il colore e le superfici. Nelle sue opere più note – dal Museo di Castelvecchio alla Fondazione Querini Stampalia fino alla Tomba Brion – ogni dettaglio costruttivo assume un valore espressivo. Morì a Sendai, in Giappone, nel 1978, in seguito a una caduta accidentale.

Il rapporto tra Scarpa e Adriano Olivetti è uno di quei sodalizi rari in cui committente e progettista condividono una stessa visione. Si incontrarono nel 1952 a Venezia, al IV Congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, e da quel momento nacque un’affinità destinata a durare nel tempo. Entrambi gravitavano attorno allo IUAV e condividevano l’idea che il progetto – industriale o architettonico – dovesse essere anche un atto culturale.

Olivetti non era un imprenditore ordinario. La sua azienda produceva macchine da scrivere e calcolatrici già riconosciute come oggetti di design, ma la sua ambizione andava oltre: voleva che anche gli spazi espositivi riflettessero la stessa cura, la stessa intelligenza formale. Nel 1956 assegnò a Scarpa il Premio Nazionale Olivetti per l’Architettura e, l’anno seguente, gli affidò la realizzazione dello showroom veneziano. La richiesta era chiara: non un semplice negozio, ma un vero e proprio biglietto da visita.

Lo spazio su cui Scarpa dovette intervenire è tutt’altro che ideale: poco illuminato, diviso in due ambienti comunicanti e attraversato da scale che conducono a un secondo piano e a un ammezzato molto bassi. Un ambiente stretto, quasi claustrofobico. L’architetto interviene con decisione: elimina il muro di tramezzo, inserisce lateralmente due lunghi ballatoi in teak africano e colloca la scala al centro della nuova sala, trasformandola nel fulcro dello spazio.

La scala – apparentemente sospesa in aria – è una struttura scultorea che attraversa lo spazio, avvolgendo un volume che potrebbe interrompere la continuità dell’ambiente e integrandolo nella composizione con naturalezza assoluta. I gradini, diversi l’uno dall’altro, restituiscono alla scala stessa un’irregolarità quasi organica.

Il pavimento è un mosaico in tessere di vetro e marmo che varia cromaticamente a seconda delle zone: rosso all’ingresso, bianco-grigio nella parte centrale, blu nell’area laterale, giallo sul fondo. A una prima occhiata appare quasi uniforme, ma osservato da vicino rivela una trama sottile di toni – rosa, azzurro, verde, giallo – che costruiscono uno sfondo ricco e vibrante. Quando l’acqua alta invade lo spazio, il pavimento si trasforma in uno specchio e l’ambiente acquista una dimensione ulteriore, quasi cangiante. E Scarpa, veneziano fino in fondo, sembrava averlo previsto.

Al centro della sala, il Nudo al sole (1956) di Alberto Viani poggia su una base in marmo nero del Belgio attraversata da un velo d’acqua in leggero movimento. Il nero della vasca, i riflessi del bronzo, il calore del legno, il grigio della pietra d’Aurisina e le pareti in stucco veneziano illuminate da sottili luci verticali dialogano in un equilibrio calibrato.

Tuttavia, dopo la morte di Olivetti nel 1960, il negozio iniziò a perdere progressivamente la sua funzione originaria. Le superfici originali vennero alterate e il locale fu trasformato in una rivendita di souvenir. Nel frattempo, però, storici e critici dell’architettura di tutto il mondo continuavano a riconoscerne il valore eccezionale, e la Soprintendenza di Venezia aveva avviato già dal 1997 le pratiche per il vincolo storico-artistico del luogo.

Così, dopo anni di abbandono, il Negozio Olivetti ritornò alla vita dopo un restauro rigoroso concluso nel 2011. Un intervento lungo, condotto con quello che è stato definito un “umile ascolto”. La rimozione dello strato di stucco giallo-ocra, applicato negli Anni 80, richiese mesi di lavoro e grande cautela: non era possibile sapere in anticipo cosa si sarebbe trovato. Il risultato è stato sorprendente: le superfici originali riemersero integre, perfettamente conservate. La materia di Scarpa, nonostante tutto, aveva resistito.

Oggi il Negozio Olivetti è visitabile grazie al FAI, che ne cura la conservazione e l’apertura al pubblico, ricostruendo anche l’allestimento originale con calcolatrici e macchine da scrivere donate dalla stessa Olivetti. Visitarlo significa ancora oggi imparare una delle lezioni di architettura più importanti del Novecento.