A Ningbo, nella Cina meridionale, tra microcemento, arredi d’autore e rimandi ai giardini orientali, lo studio OutIn.Design ha dato forma a uno spazio essenziale, sviluppato attorno a una piccola corte interna con piante e alberi
A Ningbo, nella provincia cinese dello Zhejiang, lo studio OutIn.Design ha convertito una residenza di 430 metri quadrati in un organismo architettonico che rovescia il rapporto tradizionale tra spazio edificato e vuoto. Il fulcro del progetto non è una stanza, ma un giardino quadrato a cielo aperto al secondo piano.
Qui, due aceri giapponesi affondano le radici in un letto di felci e pietre: un frammento di natura attorno a cui gravita l’intera vita domestica. La premessa è stata quella di svuotare la struttura originaria dell’ultimo livello – un tempo frazionato in cinque camere e un giardino pensile – per ridefinire i volumi in funzione di questa corte interna.
L’esperienza spaziale si articola secondo l’estetica nipponica del ma, l’intervallo inteso non come semplice pausa, ma come elemento dinamico e pieno di significato. In The Inner Garden (letteralmente, Il Giardino Interiore) questo approccio si traduce nella presenza, all’ingresso, di un mobile divisorio su misura di Jedi Studio, che genera un corridoio stretto, dove una colonna metallica orienta i flussi. Questo vestibolo di transizione funge da filtro prima di immettersi nell’open space del piano terra, che unisce soggiorno, zona pranzo e cucina a isola.
Nel living, esposto a sud con vetrate a tutta altezza, una palette di bianchi si abbina a superfici in microcemento e pietra naturale che conferiscono all’insieme una qualità tattile. Su questa base neutra si innestano arredi iconici moderni e oggetti ricchi di storia appartenenti alla collezione dei proprietari, entrambi designer.
Da un lato, il sistema di scaffalature Anni 60 Vitsœ 606 e un tavolino nero di Vitra dialogano con un divano in tessuto Edra, mentre il divano in pelle Elephant di Tacchini e la credenza Bramante color ciano, disegnata da Kazuhide Takahama per Cassina, spezzano la continuità cromatica. Dall’altro, ci sono oggetti personali e ricordi di famiglia: una scultura in argilla raffigurante un Qilin di Quanzhou, un Piyao, un cesto in bambù.
La circolazione interna è riorganizzata attraverso due scale a chiocciola. La prima, nell’atrio, conduce alla zona relax al livello superiore. Salendo, lo sguardo cattura simultaneamente la luce zenitale di un lucernario allungato, la vegetazione della corte centrale e la soglia della camera padronale, definita da un monumentale profilo in marmo rosso.
Adiacente all’isola della cucina, schermata da un ripostiglio, una seconda scala porta a una piccola stanza per gli ospiti concepita come una cellula indipendente in nome della privacy, ma con un lucernario circolare a compensare la superficie ridotta.
Quest’ultimo locale, la camera da letto principale e i due bagni godono di abbondante luce naturale. Gli ambienti non sono distribuiti da corridoi tradizionali, ma connessi da un percorso sinuoso di soglie, varchi e variazioni di soffitti che dilatano la percezione dello spazio, condividendo al contempo la vista sulla corte interna.
Al calare del buio, le lampade a forma di campanula collocate tra le felci si accendono proiettando le ombre degli aceri all’interno, oltre le vetrate. Allo stesso modo, il profilo delle foglie si riflette sulle superfici domestiche, trasformandole in una sorta di schermo su cui scorre la vita del giardino.