ARCHITETTURA
Kehai House

Rogelio Vallejo Bores trasforma la sua casa in un manifesto della sua ricerca architettonica. Al centro il tema del vuoto mutuato dalla cultura giapponese, che diventa il principio ordinatore dello spazio e della luce

L’architettura giapponese insegna che l’anima di una casa non risiede nelle pareti o nella copertura, ma nello spazio vuoto che racchiude. Da questa riflessione, ispirata al pensiero di Kakuzō Okakura e alla filosofia zen, nasce l’abitazione che Rogelio Vallejo Boresa ha progettato per se stesso a Morelia, in Messico. In questa casa il vuoto è fulcro del progetto. Ogni gesto superfluo viene eliminato per costruire un’architettura essenziale, introspettiva e profondamente legata alla contemplazione.

Realizzata con un budget contenuto, l’abitazione è il risultato di scelte che rispondono a esigenze concrete, non estetiche. L’essenzialità è allora una conseguenza della ricerca di coerenza tra spazio, funzionalità e filosofia dell’abitare. Ma accanto ai vincoli economici, è il lungo interesse del progettista per lo Zen, il Dharma e la cultura giapponese a definire davvero il carattere dell’intervento.

Dall’esterno la casa appare come un volume compatto, quasi anonimo nel tessuto urbano. Una volta oltrepassata la soglia, però, la percezione cambia completamente. L’accesso avviene attraverso una scala che scende seguendo la conformazione del terreno fino al punto in cui la roccia garantisce una base stabile, riducendo così gli interventi di fondazione. Un gesto che richiama simbolicamente l’atto dell’inchinarsi e accompagna l’ingresso in uno spazio raccolto e introverso. Al centro, si apre un giardino di pietra ispirato ai karesansui dei templi di Kyoto: uno spazio attorno al quale ruotano tutti gli ambienti della casa.

Su un lato trovano posto la cucina e la zona pranzo, sviluppate a doppia altezza e sormontate da un volume destinato a raccogliere il fumo del focolare, pensato anche in ottica di una futura autosufficienza. Sul lato opposto si apre il soggiorno, essenziale, dove grandi massi dialogano con la luce naturale. Tra le due aree non esiste un collegamento coperto: per raggiungerle è necessario attraversare il cortile accettando pioggia, sole e cambi di stagione come parte dell’esperienza dell’abitare.

Al piano superiore, la zona notte mantiene lo stesso rigore compositivo. La camera da letto è uno spazio minimo, rivolto esclusivamente verso il giardino interno. Qui una finestra circolare incornicia la chioma dell’albero centrale, trasformandolo nell’unico elemento del paesaggio con cui instaurare un dialogo diretto.

La relazione tra interno ed esterno è affidata alle tradizionali porte shōji in carta di riso, che filtrano la luce fino a renderla morbida e diffusa. Le superfici opache sostituiscono quasi completamente il vetro. Solo tre piccole fineste interrompono il carattere introverso dell’edificio, inquadrando con precisione una montagna, un pino e l’albero al centro del giardino.

Più che reinterpretare l’estetica dell’architettura giapponese, il progetto ne traduce alcuni principi spaziali fondamentali: il valore del vuoto, il controllo della luce e la ricerca dell’essenziale. Il risultato è una casa che rinuncia all’esibizione per costruire un’esperienza lenta e misurata.