LOCALI
Duro Club Milano

Nel quartiere Certosa, protagonista della rigenerazione urbana di Milano, Velvet Studio firma la riconversione di un ex cementificio in un locale dedicato alla musica elettronica. Dove cemento a vista, acciaio e un’estetica brutalista definiscono una nuova idea di clubbing contemporaneo

Nella periferia nord-occidentale di Milano, dove le gru continuano a ridisegnare lo skyline e gli ex capannoni industriali cambiano destinazione d’uso uno dopo l’altro, il distretto Certosa aggiunge un nuovo capitolo al proprio percorso di trasformazione. Si chiama Duro e occupa gli spazi di un ex cementificio che i fratelli Marco e Riccardo Augeri – già founder del concept store milanese Da Orient – hanno convertito in un luogo dedicato al clubbing contemporaneo, senza cancellare le tracce della sua storia produttiva.

Il brutalismo, che negli ultimi anni ha influenzato moda, grafica e hospitality prima ancora della nightlife, trova qui una delle sue interpretazioni più esplicite. Duro, infatti, non attenua di certo il carattere dell’architettura industriale che eredita: lo accoglie e lo porta alle sue estreme conseguenze. Cemento a vista, materiali lasciati nella loro condizione originaria e un linguaggio grezzo ed essenziale definiscono un ambiente in cui la materia non viene nascosta, ma esibita come elemento identitario.

A firmare il progetto è Velvet Studio, la realtà torinese fondata da Gianluca Bocchetta che da oltre dieci anni opera tra architettura, interior design e artigianato. La ricerca dello studio si concentra da sempre sui materiali grezzi e sugli edifici segnati da una forte memoria produttiva. All’interno di Duro questo approccio emerge con particolare forza: il locale non sovrappone una nuova immagine all’esistente, ma lavora per portarne in superficie il carattere.

Gli interni si sviluppano attraverso una sequenza di ambienti distinti ma reciprocamente connessi. Il cemento a vista dialoga con un pavimento in parquet che introduce una nota più calda e domestica. Acciaio inox, piastrelle colorate, superfici riflettenti e aperture circolari che ricordano degli oblò alleggeriscono la severità dell’insieme e costruiscono un sistema di rimandi visivi tra i diversi spazi, alimentando un gioco continuo di sguardi e prospettive.

Al centro si colloca il bar, concepito come una sorta di cabina di regia. Volumi geometrici netti e l’illuminazione integrata contribuiscono a definire la gerarchia degli spazi e a orientare il percorso dei visitatori. La pista da ballo rappresenta il fulcro energetico del locale, mentre sul fondo una piattaforma rialzata instaura una relazione visiva diretta con la consolle del dj. Il sistema audio di ultima generazione garantisce una qualità di ascolto elevata e mantiene costante il dialogo tra chi suona e chi partecipa alla performance. Le aree lounge e fumatori completano il percorso come spazi complementari, pensati per accompagnare i diversi momenti della notte.

Duro nasce però innanzitutto da una riflessione sul suono. Una ricerca che si alimenta di collaborazioni con festival internazionali come Kappa Futur Festival, dell’esperienza maturata dai fondatori nella scena underground milanese e di un confronto continuo con la cultura clubbing europea, da Torino a Berlino, da Parigi a Lisbona. “Ogni vibrazione, ogni scelta sonora, evoca Nyx, la dea primordiale ed enigmatica della notte”, raccontano i due fratelli Marco e Riccardo.

Il locale arriva in una fase in cui la geografia notturna di Milano sta attraversando una profonda trasformazione. Alla chiusura di luoghi storici come il Plastic si è affiancata la nascita di nuovi indirizzi che testimoniano la ricerca di spazi inediti per la cultura del clubbing. In questo contesto Duro non rincorre le estetiche patinate che spesso accompagnano l’intrattenimento contemporaneo, ma costruisce un’identità riconoscibile e intenzionale. Non cerca la neutralità né il consenso immediato; preferisce affermare con audacia la propria posizione. “I corpi diventano metrica, il suono restituisce profondità. L’oscurità non viene attenuata né corretta, ma accolta, amplificata e trasformata in rito”, continuano i due fondatori.