Fuori, mattoni rossi, torri e merlature raccontano ancora la disciplina militare della Leopold Barracks. Dentro, finiture e arredi sfidano ogni rigore. Benvenuti a Gand, nelle Fiandre, in un hotel che elogia l’imperfezione e accoglie gli imprevisti
Alcuni hotel cercano la perfezione, altri lasciano semplicemente spazio all’imprevisto. Jam Ghent appartiene decisamente alla seconda categoria: tra le stanze, gli spazi comuni e perfino gli arredi aleggia infatti la sensazione che tutto possa ancora cambiare, come accade negli atelier dove un’opera non è mai davvero conclusa.
Il nuovo indirizzo belga del gruppo Jam Hotels occupa il corpo di guardia della Leopold Barracks, complesso militare costruito all’inizio del Novecento nel Quartiere delle Arti di Gand.
Dietro la severità della caserma, un interno che sceglie l’energia di un atelier creativo
Il recupero architettonico, affidato allo studio B2Ai, restituisce leggibilità all’impianto storico, lasciando emergere la forza delle murature in mattoni rossi, delle torri angolari e delle merlature che ne disegnano il profilo.
Su questa struttura si innesta l’intervento di Studio Lionel Jadot, chiamato a convertire gli spazi in un hotel da 108 camere, seguendo il manifesto del Realistic circle, un metodo progettuale inventato da Jadot fondato sul recupero di materiali esistenti e sul coinvolgimento diretto di designer, artigiani e artisti locali.
Oltre quaranta professionisti, provenienti da un raggio massimo di cinquanta chilometri, hanno così preso parte al processo creativo dando vita a un risultato che sfugge a qualsiasi etichetta, con una composizione fatta di differenze marcate, accostamenti inattesi e oggetti inusuali che sembrano avere già vissuto altre vite.
Studio Lionel Jadot usa il metodo Realistic circle per trasformare il riuso in un processo condiviso, coinvolgendo oltre quaranta designer, artigiani e artisti locali
La demolizione delle stratificazioni più recenti – controsoffitti, rivestimenti e finiture aggiunte negli anni – ha riportato alla luce la struttura originaria dell’edificio, ma soprattutto ha trasformato ciò che veniva rimosso in una nuova risorsa. Il legno recuperato dalle coperture è diventato pavimentazione e rivestimento del bar; tavole provenienti da una vecchia scuola di Gand sono state reinterpretate in nuovi arredi dal designer Pierre Emmanuel Vandeputte; scaffalature industriali dismesse, salvate dalla cooperativa locale Rotor Deconstruction, hanno trovato posto negli spazi comuni.
Come ama definirlo Jadot, il complesso militare si è così rivelato un vero e proprio “deposito di materiali da riattivare”, anziché una struttura da svuotare e ricostruire. Tutti gli arredi riflettono questa filosofia: Duplex Studio – studio di designer e produttori etici – firma gli elementi in legno presenti nelle camere e nelle aree comuni, mentre OpenStructures – un sistema di design aperto che consente di utilizzare liberamente componenti modulari con un’interfaccia comune – è stato utilizzato per disegnare letti modulari smontabili e riconfigurabili secondo necessità.
Niente uniformità né collezioni coordinate: ogni ambiente nasce dall’incontro tra linguaggi, materiali e sensibilità differenti
Il risultato di questo contributo multilaterale genera un linguaggio prismatico e affascinante, che rende ogni ambiente diverso dall’altro. Anche il ristorante Kaiju e il bar seguono il principio della contaminazione, aprendosi a eventi e favorendo incontri spontanei tra residenti e viaggiatori.
Ambienti condivisi, senza sovrastrutture, aperti al cambiamento. Dove il progetto continua a evolversi anche attraverso le persone che lo vivono.
Questo articolo è estratto da Guest 42. Sfoglia il magazine