Abbiamo letto il Report 2026 del Centro Studi ADI. Dati, tendenze e scenari per capire dove sta andando il design italiano
Il design italiano continua a essere una delle espressioni più riconoscibili del sistema produttivo nazionale, ma i dati che emergono dal Report 2026 del Centro Studi ADI raccontano un settore che sta entrando in una fase diversa. L’Italia è al settimo posto tra i Paesi esportatori mondiali nel 2025 e il design contribuisce al valore di filiere che vanno dalla meccanica al tessile, fino al legno-arredo. La forza del sistema, però, oggi riguarda anche il modo in cui le aziende innovano, documentano ciò che producono e intercettano mercati che stanno cambiando, al di là della sola produzione e vendita.
Il primo elemento è geografico. L’export italiano continua a dipendere in larga parte da mercati maturi: Germania, Stati Uniti e Francia rappresentano rispettivamente l’11,2%, il 10,8% e il 10,1% delle destinazioni. Ma proprio la Germania mostra segnali di rallentamento, mentre Spagna e Svizzera evidenziano dinamiche di crescita che le rendono interessanti per il consolidamento delle esportazioni. Il tema, quindi, è ridurre una dipendenza che espone il sistema alle oscillazioni economiche e geopolitiche.
Il Made in Italy deve cercare nuovi mercati, oltre le destinazioni consolidate dell’export. Più diversificazione e meno dipendenza dai mercati maturi
In questa prospettiva, il Report guarda anche a territori meno consueti per il design italiano: Oceania, Asia centrale ed Europa orientale vengono indicati come aree nelle quali stanno crescendo capacità di spesa e domanda di design. Il problema è che proprio qui emergono alcune fragilità strutturali delle imprese italiane: la piccola dimensione, il ricambio generazionale e un ritardo nella transizione digitale possono rendere più difficile affrontare rapidamente nuove destinazioni.
C’è poi un cambiamento meno visibile ma destinato a incidere profondamente sul modo in cui i prodotti vengono progettati e venduti: la quantità di informazioni che dovrà accompagnarli. Il Digital Product Passport introdotto dall’Unione Europea sarà una sorta di carta d’identità digitale del prodotto, accessibile attraverso un supporto come un QR code, con informazioni su materiali, origine, prestazioni ambientali, riparabilità, manutenzione e fine vita. L’applicazione sarà progressiva per categorie e, per l’arredo, le regole specifiche sono attualmente previste per il 2028.
È un passaggio significativo perché porta la sostenibilità fuori dal terreno della sola comunicazione. Dichiarare che un prodotto è sostenibile diventa sempre meno sufficiente: bisogna poter spiegare di cosa è fatto, da dove arriva, quanto dura e cosa succede quando non serve più. Il Report ADI interpreta proprio il DPP come una possibile leva competitiva per il Made in Italy, capace di aumentare trasparenza e accesso ai mercati internazionali.
La sostenibilità deve essere misurabile, certificata e tracciabile. La prossima data è il 2028, quando l’applicazione del Digital Product Passport introdotto dall’Unione Europea interesserà il mondo dell’arredo
Lo stesso principio riguarda gli acquisti pubblici. I Criteri Ambientali Minimi – requisiti ambientali che la Pubblica Amministrazione deve considerare negli appalti – nel caso degli arredi riguardano aspetti che vanno dalle emissioni dei pannelli e dei materiali alla provenienza del legno, dai rivestimenti agli imballaggi. Le aziende devono essere in grado di dimostrare il rispetto dei singoli criteri attraverso le modalità di verifica previste.
A cambiare, però, è anche chi quei prodotti li compra. Il Report parla della fine della “sbornia iperconsumistica”: una definizione volutamente forte per descrivere il superamento dell’acquisto impulsivo e di un mercato nel quale il prezzo elevato poteva essere giustificato quasi automaticamente dall’immagine del prodotto. Oggi il consumatore è più informato e più prudente. Non rifiuta necessariamente il prezzo alto, ma chiede di comprenderne le ragioni, approfondendo materiali, qualità, durata, esperienza e servizio.
La sbornia iperconsumistica è finita: il consumatore oggi vuole capire che cosa sta pagando
Il design italiano, dunque, non sembra più avere bisogno soltanto di nuovi prodotti, ma di nuove condizioni per produrli, raccontarli e portarli sul mercato. Diversificare le destinazioni dell’export, costruire reti fra imprese, investire nella digitalizzazione, rendere tracciabili materiali e processi, formare nuove competenze, sono tutte parti dello stesso problema.
Il valore del Made in Italy, in questa fase, non può quindi essere affidato soltanto alla reputazione costruita nel tempo, ma deve diventare sempre più qualcosa che il prodotto è in grado di dimostrare: nella qualità, nella durata, nella filiera, nei materiali, nella capacità di innovare. E forse è proprio questo il passaggio più interessante che emerge dai dati: dal design come segno distintivo al design come sistema di evidenze.
In foto, alcuni dei prodotti selezionati nell’ADI Design Index 2026, che concorreranno per l’ottenimento del Premio Compasso d’Oro.
Griante, di Pedrali
Carlo & Tina, di Antrax IT
Camelot outdoor, di Flexform
Papillon, di MV Line
Key Round, di Vanità & Casa
Itaca, di Talenti
Slide, di FIMA Carlo Frattini