Architetto e pittore, Marco Vido ha trovato il suo rifugio nel centro di Como, nello spazio di un’ex fabbrica tessile, un edificio coevo al Novocomum di G. Terragni. Una tela vuota su cui ha disegnato uno spazio per vivere e per creare
In una delle più antiche vie di Como l’ex architetto, ora pittore, Marco Vido trova finalmente il suo rifugio, una tela vuota su cui disegnare uno spazio per vivere e per creare i suoi quadri. Così, una vecchia fabbrica tessile, in un edificio coevo del Novocomum di G. Terragni (1926), diventa sia casa che atelier. I lavori di restauro non sono stati complicati e gli interventi sono stati pochi: “Tutto è originale per quanto riguarda il “guscio”. Nulla ho voluto modificare. L’inverno è rigido, ma con un senso monacale e di rispetto per la vita qui vissuta da chi lavorava ho voluto mantenere intatta la sua anima.
Quindi le finestre sono originali. Come gli spifferi, anch’essi originali. Scherzi a parte, tutta la struttura muraria è originale. Io ho solo appoggiato sul pavimento in cemento il piano di legno in parquet e i volumi che suddividono gli spazi. Tutto il nuovo volevo che fosse riconoscibile, evidente, separato, staccato dall’originale. Anche gli interruttori. Tutto riconoscibile, immediato”. La casa non ha nessuna porta. Ogni spazio, piccolo o grande, è comunque privato, riparato. Le pareti sporche della vita lavorativa passata, memoria di vite umane, sono rimaste anche esse intatte.
La scelta di suddividere gli spazi con volumi, non con pareti, è nata dal voler mantenere l’unicità dello spazio. Il senso di aula, intesa all’Aldo Rossi: “Il rimando all’aula, come l’aula di una chiesa. Un’interpretazione chiaramente leggibile sia in pianta che nell’ambiente vissuto. Così la sala – ovvero la navata – si conclude con l’abside, l’altare e il transetto. In questo spazio così definito i volumi ritrovano quel fascino mnemonico delle Terme di Vals di Peter Zumthor o dei Sette palazzi celesti di Anselm Kiefer. è qui, tra questi volumi che proteggono, che trovo lo spazio più intimo della casa. Uno spazio che mi sorprende tutti i giorni, dove c’è intimità anche se lo spazio non è racchiuso, ma è comunque avvolgente. Uno spazio in cui le prospettive, i ritagli si susseguono e si modificano in base alle luci esterne, al sole, alla neve o alla pioggia”.
Nel loft, infatti, il progetto illuminotecnico è fondamentale, come ci spiega Marco: “La luce è fondamento della nostra stessa vita. La luce va guidata. Portata all’essenza a seconda dell’emozione che si vuol far nascere a chi vive e sa vivere l’emozionalità. Credo che un buon architetto, o artista, debba far esplodere emozioni, ma senza gridare. Chi urla non fa. Urla e basta”. Figlio di un pittore diventato architetto, Marco ha fatto lo stesso percorso ma al contrario: abbandona l’architettura a cui si è dedicato per anni per buttarsi con passione e convinzione nella pittura.
“L’arte mi ha ridato quell’emozione che avevo da studente nel visitare i quartieri di Taut, le opere di Le Corbusier o di Rietveld, viaggiando e dormendo nella mia Dyane arancio, visitando, schizzando, respirando le opere che poi mi hanno costruito. Dipingo. Studio. Schizzo. Sperimento come un ragazzo con trent’anni in meno. Certo è stata una scelta che a volte mi ha angosciato, che a volte mi ha trovato sul punto di tornare indietro, ma la voglia di vivere mi porta sempre a guardare oltre. A voler imparare. Scoprire. Esprimere. Così questa casa è diventata anche il mio atelier”.