INTERVISTE
David Lopez Quincoces 

Intervista a David Lopez Quincoces che ci ha parlato della sua nuova poltrona Ark disegnata per Living Divani. Un esempio di rigore estetico che racchiude la sua filosofia progettuale

“Amo il design quando racchiude una storia”. In tasca una laurea in storia dell’arte e un master in Interior Design, David Lopez Quincoces non ha dubbi sul potere comunicativo degli oggetti. Classe 1980, spagnolo di nascita e milanese d’adozione, il progettista ha fondato nel 2008 lo studio Quincoces-Dragò & Partners, che oggi guida con la norvegese Fanny Bauer Grung, con cui fa coppia anche nella vita. Dopo la realizzazione del Trussardi Café in piazza della Scala a Milano, uno dei suoi primi incarichi, si è mosso tra progetti residenziali, commerciali e nell’ambito dell’hospitality, diventando inoltre art director di Acerbis assieme a Francesco Meda e occupandosi di design del prodotto per vari marchi. Tra questi Living Divani, che durante l’ultima Design Week lo ha visto protagonista con pezzi come la poltrona Ark, con le sue linee pulite un esempio di rigore estetico. “È la traduzione di un gesto”, spiega Quincoces.

Che cosa vuoi dire?

Che Ark è quasi un esercizio di design. Questa poltrona era nata anni fa per la Six Gallery, la galleria di design che ho aperto con la mia compagna a Milano. Ho ripreso in mano quel progetto rivedendo le proporzioni e migliorando dei dettagli, in completa libertà. In quel momento non stavo pensando a un cliente, ero impegnato in una ricerca libera per creare un oggetto che fosse come un segno grafico: nel contrasto tra il legno della struttura e le gambe in tondino metallico, una linea curva ne incontra una retta definendo un profilo, una seduta e uno schienale. 

Il tratto essenziale risponde a un’idea di design senza tempo. Credi che quest’ultimo sia sinonimo di minimalismo?

No, il design senza tempo è quello che racconta qualcosa, è conseguente a un pensiero ed è quel pensiero, non importa se minimale o meno, che lo rende abbastanza forte per durare negli anni, per ambire a diventare iconico e non chiudersi in una moda effimera. Si pensi alla Ghost di Philippe Starck: rendendo trasparente e leggera una poltrona barocca, lui ha fatto centro perché ha concretizzato un’idea che potrebbe sembra banale, ma non lo è. Il mio pensiero è più formale, forse si evolverà, ma mi sento in linea con Piero Lissoni, art director di Living Divani con cui in passato ho collaborato per 12 anni: nel mio mondo la formalità è più una ricerca di equilibrio, si tratta di contrapporre linee rette e curve o forme contrastanti e di trovare un’armonia.

Come concepisci il rapporto tra oggetto e spazio?

Instaurare un dialogo tra oggetto e spazio è fondamentale, tra i due deve esserci una sintonia che non necessariamente coincide con una coerenza, si può basare anche sul contrasto. Puoi benissimo mettere un pezzo rococò in uno spazio essenziale, perché no? E puoi far parlare degli oggetti antichi con un involucro moderno. Il punto è suggerire una narrazione: il design è un alfabeto che si utilizza per vestire non solo in chiave estetica, ma anche intellettuale, un ambiente. Il che è importante soprattutto in un periodo come questo, in cui si osserva una superficialità preoccupante in ogni campo: come nella musica, una delle mie passioni, si usano sempre più campionamenti di decenni addietro senza nemmeno sapere da dove vengono, lo stesso accade nel design, dove di frequente vedo dettagli copiati senza che ci sia dietro una ricerca.

Essere partito dallo studio della storia dell’arte ti ha avvantaggiato?

Sono partito da lì perché troppo giovane per sapere cosa davvero volessi fare, ma ora sì, ritengo sia stata una cosa positiva. Conoscere il mondo dell’arte mi permette di cogliere i diversi strati incapsulati in un oggetto o in uno spazio: solo scavando e andando oltre il primo impatto si può giungere a una visione profonda di ciò che si ha davanti, si può cogliere il processo che ha nutrito la realizzazione di un pezzo di design. E a me è quel processo che affascina: più che gli oggetti, mi interessa lo sviluppo dei concept, la poesia di uno schizzo, la semplicità di un tratto, un dettaglio imperfetto. Non è questione di gusti, ho sempre amato Christo e Jeanne-Claude, ma come designer posso trarre ispirazione da tutte le epoche, è la ricerca di senso che conta.

Oggi si sbandiera la parola ‘sostenibilità’: che effetto ti fa?

Sono tutte palle. Non ci giro attorno: l’atemporalità di un progetto è ciò che è più sostenibile. Ho oggetti della mia bisnonna che non si sono ancora rotti e dureranno ancora, ed è questo che dobbiamo perseguire. I cicli produttivi sono migliorabili, ma non si può pretendere di non impattare per nulla sull’ambiente, basta un imprevisto che ti costringa a un viaggio in più per trasportare un materiale e ogni discorso sulla sostenibilità cade. Si parla tanto, ma di sostanza ne vedo poca. E la sostanza per me è progettare prodotti di qualità che durino e che possano essere riparati. Per il resto, mi chiedo che senso abbia commercializzare mobili nuovi in ogni stagione. Dovremmo rinunciare a questa bulimia di prodotti, tanto più che il design non è un settore con una stagionalità come quello della moda.