Dieci anni di IC festeggiati insieme a Flos con un’edizione speciale. Anastassiades si racconta partendo dalla sua collezione più celebre (e copiata). “In studio restiamo in due più il sottoscritto. E va benissimo così”
“Al lavoro sto tentando di aprirmi a qualcosa di nuovo, restando però selettivo nelle scelte. Ho uno studio piccolissimo in cui lavorano altre due persone oltre a me. E va benissimo così: non mi interessa crescere, ma nutrire le relazioni, i valori e il mondo che già mi appartengono”. Michael Anastassiades snocciola pensieri serafici con lo stesso tono del suo design. Imperturbabile all’apparenza, il designer cela quella grinta speciale che agita le cose per poi ricomporle in un equilibrio superiore. Proprio come succede in IC: la collezione di enorme successo, ispirata ai movimenti di un giocoliere e formata da una sfera delicatamente appoggiata su una barra, rivive, a dieci anni dal lancio, in un’edizione speciale – IC 10 Anniversary – con finiture oro e in versione maxi. “È la collezione più popolare che ho disegnato per Flos, il suo linguaggio è diventato così familiare. Non avrei mai detto che una famiglia di lampade potesse arrivare a toccare le corde di così tanta gente. Per così tanto tempo, poi”.
È anche molto copiata, tra l’altro.
Sì, è vero. Devo dire però che mi colpisce, più del fatto che qualcuno provi a guadagnare imitando qualcosa di mio. il fatto che non riuscirà mai a farlo esattamente allo stesso modo. Una copia è come metterti allo specchio e ritrovarti davanti la parte più brutta di te.
Non trova bizzarro che sia copiato un sistema luminoso così essenziale? C’era bisogno di Michael Anastassiades perché qualcuno cominciasse a unire sfere e barre?
La copia è sempre esistita. Ci sono pezzi d’autore che sono stati usati come ispirazione per altri oggetti e poi sono diventati talmente popolari da sembrare anonimi, facendoci dimenticare chi li ha progettati.
Come è cambiato il design in questi dieci anni che la separano dal lancio di IC?
Tantissimo. Mi sono laureato nel 1993 e ho aperto il mio studio. Per molti anni, ho fatto del design un campo di ricerca. Poi, nel 2007, ho avviato il mio marchio, coltivando un’idea di light design totalmente personale. Infine è arrivata Flos ed è cambiato tutto. Sono entrato nel mondo dell’industria e del design di massa, e questo mi ha permesso di esprimere le mie capacità per un pubblico molto più ampio. È stato ed è ancora un viaggio prolifico. Se guardiamo a questi dieci anni, collezione dopo collezione abbiamo lavorato tantissimo insieme, nonostante in mezzo ci sia stata l’emergenza Covid.
La storia della sua collaborazione con Flos dice che forse il confine tra produzione artigianale e industria non è poi così forte. O no?
In effetti, quello che ho portato in dote a Flos è stato il frutto di una mia ricerca, qualcosa che avevo iniziato a sviluppare nel mio atelier con un approccio del tutto personale. Sì, il confine tra l’artigianato e l’industria può essere una linea molto sottile. Una linea che a un certo punto, però, devi essere disposto a oltrepassare, se vuoi realizzare un prodotto che sia accessibile a un pubblico sempre più ampio. Del resto, in questo modo sia Flos sia il mio studio hanno finito per alimentarsi l’uno con l’altra.
Che cosa vuol dire, per lei, confrontarsi non con un brand italiano qualsiasi, ma proprio con questo?
Flos è un’azienda che ha molto a che vedere con me bambino. Sono nato in una piccola città su un’isola come Cipro dove l’accesso al design non è semplice. Ricordo che andavo negli showroom a vedere le lampade dei Castiglioni. In realtà non mi chiedevo come fossero fatte o da chi: vederle innescava una suggestione, era magia pura. Non sognavo neanche di diventare un designer, a quell’epoca. Piuttosto, m’immaginavo un futuro nell’arte e non credevo neanche che esistesse un percorso per diventare progettista. Pensavo che esistessero gli artisti, gli architetti e nulla in mezzo, tantomeno i designer. Né c’era qualcuno, in famiglia, che avrebbe potuto indicarmi quella che poi sarebbe diventata la mia strada.
Ha iniziato a fare design con un suo marchio personale. Che cosa pensa del fatto che da qualche tempo a questa parte i confini tra progetto e arte sembrano fondersi?
Sono abbastanza scettico verso il mondo del collectible, non credo che a questo corrisponda un vero valore. Parliamo di un contesto in cui si creano oggetti costosissimi, sempre più artificiosi e di enorme impatto produttivo. Non è design. E, molto probabilmente, non è neanche arte. Il design resta per me una forma di connessione speciale tra il progettista e l’industria, la possibilità di realizzare pezzi accessibili e non esclusivi come quelli che derivano da quel mondo.
Ma sono più gli autori o il mercato a fondere i confini tra arte e progetto?
Di sicuro, conta moltissimo il mercato. Stiamo parlando di un fenomeno artificiale, di un modo di fare business che fa leva sull’avidità di chi può permettersi opere costosissime. È come andare al casinò: è un mondo fatto di persone che tentano la fortuna, e magari ci riescono pure. Ma non vedo, in questo contesto, intellettuali o figure di spessore, un nuovo Andrea Branzi, per dire. Nessuno, in questo momento, sta davvero superando il confine tra design e arte per dare vita a qualcosa di nuovo. Mi pare tutta una storia di soldi.
È però vero che le porte delle aziende si spalancano sempre più raramente, per i designer. E che il collectible, al contrario, fa sognare.
Forse, ma è vero anche che il collectible sta diventando una specie di comfort zone, il modo migliore per sentirsi al riparo dai rischi e coltivare una propria nicchia rassicurante, specialmente per chi sogna di tagliare il traguardo prima del dovuto. Il bello dell’industria è invece il confronto continuo, l’impossibilità di dare nulla per scontato, il doversi continuamente mettere in gioco e, dunque, la possibilità di crescere proprio grazie a questa dialettica. Quando lavori per un’azienda sai che quel prodotto sarà toccato, usato e consumato da migliaia di persone, che non ci sarà nulla di artificioso in ciò che avrai disegnato. Sai che quanto è stato prodotto ha generato un impatto vero, possibilmente di lungo periodo. Il mondo dell’art design, insisto, mi pare più un copione alla prendi i soldi e scappa.
Che cosa la porta a disegnare forme così essenziali, archetipiche?
Il senso di familiarità. Sono forme che conosci prima ancora che qualcuno le disegni o fabbrichi.
Quali limiti dà alla sua ispirazione, in un mondo saturo di cose?
Quello che personalmente metto al bando è il design inteso come celebrazione, soprattutto di se stessi. Credo nella necessaria rilevanza che un oggetto inedito deve avere, ma penso anche che soltanto una piccola percentuale di consumatori sia realmente consapevole e attenta alle questioni ambientali. In studio siamo due, oltre a me, e non mi interessa crescere. Scelgo i collaboratori per quello che sanno fare e non per il titolo. Il valore duraturo degli oggetti che disegno resta il mio vero obiettivo, la mia sostenibilità. Tutto il resto sono marketing, greenwashing e qualche inutile o dannoso hashtag.