Un affascinante e originale libro fotografico esplora la tensione fra natura e architettura brutalista. Due dimensioni solo in apparenza lontane
È austera, rigorosa, imponente. Un ineludibile segno della presenza umana creato per offrire abitazione e riparo, trasformare il paesaggio urbano, incarnare simboli. E allo stesso tempo un organismo permeabile, che nell’intreccio con la natura trova nuovo senso e significato come in un’epifania trasformativa. Forse più di ogni altra, l’architettura brutalista, che già al suo interno vive la feconda contraddizione tra sobria essenzialità e totale libertà compositiva del cemento – la corbusieriana pietra liquida – è il regno della contaminazione green.
E proprio al dualismo fra natura e “béton brut”, fra verde e grigio cenere, è dedicato Brutalist Plants, un libro fotografico edito da Hoxton Mini Press e curato da Olivia Broome, creatrice di un account Instagram – @brutalistplants – che raduna una vivace community di appassionati del sottile legame fra queste dimensioni in apparenza così lontane. Immagini di architetture nelle quali la trama compositiva ritmata dai calchi delle carpenterie dialoga con foglie, arbusti e radici. Trame austere, decadenti o sublimi, che la natura, sia essa governata da un progetto o dalla sua inarrestabile forza vitale, trasforma e rimette in discussione, nel sorprendente contrasto fra la durezza rigorosa del cemento e le forme organiche della vegetazione.
Dai tetti alle cortine a verde, dai giardini tascabili delle Unité d’Habitation a Marsiglia ai lussureggianti giardini d’inverno del Barbicana Londra, Olivia Broome intesse un percorso narrativo che illumina l’originale e spesso trascurata relazione tra natura e brutalismo. Molti esempi provengono dall’Europa occidentale dove questo stile – codificato da Le Corbusier e poi reso popolare dallo storico Reyner Banham negli Anni 50 – nacque come superamento del movimento moderno e come cornice espressiva della ricostruzione postbellica.
Qui arbusti rigogliosi, rampicanti tentacolari e grandi nuclei boschivi si intrecciano con volumi imponenti e facciate monolitiche a volte in veste di contrappunto, altre penetrando nei suoi vuoti e nelle corti, quasi a ricordare – e rinsaldare – la relazione fra l’uomo e una natura indomita e selvaggia, inarrestabile. Ma è soprattutto nei luoghi più inattesi, dalle aride periferie urbane ai siti industriali in rovina, che il dualismo fra cemento e vegetazione manifesta la sua più grande potenza espressiva.
È in questi spazi liminali, dove la vita sembra quasi impossibile, che la natura mostra tutta la sua forza, innescando paradossalmente una rinascita che non è solo simbolica, ma si manifesta anche nella nuova popolarità che il linguaggio brutalista ha riguadagnato in questi ultimi anni. Perché il brutalismo oggi si percepisce non più come una corrente teoricamente definita, ma piuttosto come forma estetica che attraversa gli stili. Non più, certamente, come risposta funzionale a un bisogno concreto, ma come ambito e palestra di sperimentazione di nuove creazioni e modalità di riutilizzo adattivo.
In questo senso Brutalist Plants intercetta lo spirito del nostro tempo, incoraggiando ad abbracciare un’originale prospettiva che affronta il modo in cui la natura può elevare queste strutture a epitome di una nuova modernità. Un avvincente compendio visuale, a testimoniare che l’architettura non è solo cemento, ma un manifesto che la natura arricchisce di espressività e significato.