A Bologna, l’architetto Laura Gasparini ha trasformato un ex convento trecentesco nel suo studio e residenza. Con un tocco gotico e una sofisticata composizione di volumi e prospettive
Una cancellata da esterni in ferro battuto, ricca di fregi e ornamenti, utilizzata come porta nell’atrio d’ingresso. Una maschera da scherma degli Anni 40. Una cicogna imbalsamata. Un’abbondanza di toni scuri in un involucro architettonico con archi a sesto acuto. Sono alcuni degli elementi che rivelano ciò che ha guidato Laura Gasparini nel progettare la sua residenza e studio in San Petronio Vecchio, centro storico di Bologna.
“L’intento iniziale era di dare vita a una sorta di loft gotico”, spiega l’architetto e interior designer, a capo dello studio che porta il suo nome. È proprio con il suo team, “un gruppo di lavoro legato da un forte sodalizio umano e professionale”, che Gasparini ha plasmato gli interni di questa dimora di oltre quattrocento metri quadrati, più giardino, secondo una griglia estetica rigorosa, in cui ogni accostamento tra sfondo e oggetti, mobili e accessori, forme e linee, pieni e vuoti, è studiato per forgiare un insieme coerente ed equilibrato.
Vincolato dalla Soprintendenza alle Belle Arti e sottoposto a un’opera di consolidamento per risolvere problemi di staticità, l’immobile non poteva che diventare un’ineludibile fonte d’ispirazione. “Mi sono innamorata dello spazio solenne di questo appartamento, dove erano già state recuperate le vaste volumetrie antiche e l’imprinting originale di un convento trecentesco”, dice la designer, che abbracciando questo approccio è riuscita a far esplodere la vocazione intrinseca di una location che, dopo un periodo di abbandono, nel dopoguerra era stata trasformata in palestra per le scuole prive di locali per l’educazione fisica.
“Ne ho reinterpretato la peculiarità accentuandone il respiro continuo, le lunghe prospettive visive, la magia della luce modulata in maniera soffusa e teatrale attraverso il filtro di tende in garza nere”. Complici le pareti rifinite in resina, il risultato è scenograficamente sontuoso, ma al tempo stesso si percepisce, da un lato l’attenzione all’aspetto emozionale dell’intervento di recupero, dall’altro la volontà di non riempire troppo le superfici, di unire sartorialità, funzionalità e comfort, di puntare sul contrasto tra antico e moderno, tra leggerezza e solidità. E ancora, di conferire a stanze e saloni un tratto contemplativo.
“Ho disegnato quasi tutti gli elementi d’arredo, sperimentando con materiali e tecnologie”, continua Gasparini. “I mobili presentano una cifra geometrica, lineare, e spesso sono stati pensati su una scala più ampia del normale per giocare alla pari con gli enormi volumi dell’edificio. Le pareti forate da grandi finestre, tranne che per poche, misurate opere d’arte, restano totalmente libere fino ai soffitti a volta, che raggiungono gli otto metri di altezza”.
La scelta di sfruttare questa altezza per realizzare una zona soppalcata per gli ospiti si è così intrecciata con il desiderio di delineare un’identità visiva personale, legata allo spirito nomade della padrona di casa: “Avevo in mente un’abitazione capace di comunicare un senso di viaggio, di altrove, vedi le palme nel primo cortile, un preciso richiamo ai riad marocchini”. Nel living con pavimento in lastre di ardesia levigata, una scultorea scala elicoidale, in lamiera microforata di corten, si erge tra lounge chair Platner in acciaio e velluto color melanzana, tavoli in cuoio nero, divani su misura dal gusto contemporaneo e sedie etiopi con gambe in corno.
In questo suggestivo mix di epoche, un passaggio ad arco conduce a un corridoio impreziosito da lampade a sospensione nero opaco, con interno dorato, di Tom Dixon. In cucina, nero laccato e faggio dialogano con le sedie in legno e paglia CH24 di Carl Hansen. E in un salottino affacciato sul verde, una coppia di poltrone vintage Anni 50 dialoga con un ritratto di donna in bianco nero del fotografo Leonardo Casali. Non manca poi lo studio con un lungo tavolo in corian bianco abbinato all’iconica seduta da ufficio Oxford di Fritz Hansen.