CASE
Palazzo Nobile

L’architetto e designer Antonio Di Maro recupera un palazzo settecentesco nel cuore di Napoli trasformandolo in una piena espressione del bien vivre. Senza nessun cedimento al decorativismo

Ci sono luoghi che col tempo si consumano senza lasciare traccia, mentre altri acquistano fascino proprio grazie alla loro patina storica, trasformandosi in antologie viventi di memoria e cultura. È il caso di Palazzo Nobile, nel cuore di Napoli, l’appartamento dell’architetto Antonio Di Maro, dove memoria, architettura e ricordi familiari si compongono con tatto e sensibilità.

Nel Settecento, Palazzo Nobile fu la grande residenza della famiglia Orsini, poi trasformato in un convento dedicato al noviziato, in un hotel di lusso, nella sede della Compagnia degli Illusi, e infine adibito a sala cinematografica.

“Ci sono appartamenti che ti conquistano all’istante”, spiega Di Maro. “Quando l’ho visitato per la prima volta ho capito che c’era tutto quello che desideravo: una corte alberata, una pensilina con vetrate policrome, due rampe di scale nella composta penombra di un palazzo neorinascimentale, volte a crociera, pavimenti ottocenteschi in cotto, una luce naturale così generosa da attraversare trasversalmente tutto lo spazio, e una cortina che accompagna con continuità l’intero appartamento”.

La casa, così, diventa più di un semplice luogo da abitare: è espressione di ricerca, spazio della metamorfosi, del bien vivre, perfino delle sorprese. E una sorpresa è davvero emersa durante la ristrutturazione: un vano scavato sotto una cortina tufacea, probabilmente un antico deposito di vini.

Una scoperta inattesa, quasi un coup de foudre, che ha acceso l’immaginazione e trasformato quello spazio in una suggestiva sala da bagno. Le pareti di tufo sono state trattate e illuminate per valorizzare la loro texture naturale, in dialogo con la forma essenziale dello spazio, che racconta la contemporaneità senza tradire l’identità originale.

“Quando ho iniziato i lavori sapevo che la prima sfida sarebbe stata affrontare la matrice storico‑artistica dell’edificio, applicando la tecnica del ‘cuci e scuci’”, spiega Di Maro. D’altronde, il suo approccio progettuale parte sempre dall’analisi del contesto, prima di definire l’intervento. Così, la bellezza del pavimento in cotto andava preservata, quella delle volte a crociera esaltata.

Lo spazio si articola in una sequenza ritmata di archi e volumi semplici, tradotti in monoliti in ferro e policarbonato che fungono da autoritratto dell’architetto: “Il monolite parla di me, del mio approccio all’architettura d’interni, di come arrivo in modo spurio negli involucri antichi”, continua Di Maro.

“Nessun cedimento al decorativismo: i pezzi che animano il mio spazio sono pensati per contenere e svolgere funzioni. Il policarbonato può avere dignità se ben utilizzato, alla stregua dei tubi che uso per le grandi condutture idrauliche delle città”.

Secondo questo approccio, la casa diventa la sintesi creativa dello stile di Di Maro, dove ogni elemento è scelto con cura e non esiste nulla di casuale. Gli oggetti raccontano storie, si mescolano a opere di artisti e artigiani, evocano nuovi incontri, antiche amicizie e rinascite.