CASE
Rifugio siciliano

Nella campagna siciliana, punteggiata di carrubi e ulivi centenari, l’architetto Daniela Rao Rubera ha rimesso a nuovo un insediamento rurale dei primi del Novecento. Trasformandolo nel manifesto del suo lavoro

Per arrivarci bisogna attraversare la Val di Noto diretti verso l’estrema punta sud della Sicilia, a metà strada tra Ispica e Pozzallo. Il classico paesaggio da cartolina. Una campagna rigogliosa, punteggiata di carrubi e ulivi centenari. Qualche curva sterrata dopo, ecco la masseria: un insediamento rurale dei primi del Novecento che l’architetto di origini siciliane Daniela Rao Rubera ha rimesso a nuovo e trasformato nel manifesto del suo lavoro.

È stata un’attrazione fatale: impossibile resistere al richiamo di quelle mura arroccate su un colle, che guardano il mare dall’alto. Doveva essere la casa delle sue vacanze, ma ha deciso di trasferirsi. Dall’ultimo lockdown abita stabilmente qui. “Sull’isola ho tanti ricordi. Con mia madre ci passavo i mesi estivi durante l’infanzia. Da Cagliari dove vivevamo sbarcavamo con il traghetto a Palermo per arrivare a tappe fino a Messina dai nonni”.

Così, dopo una famiglia e una vita in Belgio, il ritorno al suo mare è stato quasi un richiamo. “Dal podere, pensa, dista solo una decina di minuti. La posizione è strategica”. Niente di più lontano dal Nord Europa. Anche se il territorio Ibleo passa per essere “la Svizzera della Trinacria”, per via degli allevamenti di mucche e della particolare ricchezza del territorio, tra coltivazioni, bestiame e case coloniche, come il Rifugio Lanzagallo di Daniela.

Due fabbricati rurali fatti in pietra modicana accostati a L. Lo stallone destinato al ricovero degli animali oggi accoglie la zona giorno e la camera padronale, mentre l’ex casolare dove si produceva il formaggio e si affumicava la ricotta è una dépendance con le stanze per gli ospiti. Le forme e gli spazi restano quelli tradizionali: le arcate, gli scorci sul mare, sul baglio in roccia e sulle corti riparate. “Li ho restaurati con misura, alternando tratto sperimentale e cura filologica”.

Tre anni per consolidare le volte, ripristinare le pavimentazioni in basole danneggiate dal tempo, riprendere i muri, cercando di ricostruire le parti mancanti, e rifare la stilatura tra le pietre. “Mi è toccato setacciare i dintorni alla ricerca di artigiani esperti nelle tecniche tradizionali”. Daniela amplifica le aperture esistenti per guadagnare in luminosità nei locali e disegna gli infissi in ferro battuto come omaggio a quelli dell’epoca post industriale di Bruxelles, con l’aggiunta degli scuri siciliani in legno, corretti in versione moderna.

Ma la patina del tempo sugli intonaci e gli sbaffi delle affumicature tali restano, non c’è intervento che possa migliorarli. Anche negli interni le tracce della storia convivono con uno stile più urbano: “L’idea era di stemperare l’effetto rustico per proiettarci nel presente”. Rao Rubera mixa pochi arredi di design ereditati dal padre, tessuti di gusto etnico e qualche elemento antico che faceva parte del luogo.

Il resto lo disegna lei: la cucina in Fenix, il tavolo da pranzo costruito con i tronchi d’arancio, le scale e gli armadi in ferro nelle camere fino alla tinozza in calcestruzzo del bagno. Per le linee essenziali e i materiali grezzi qualcuno potrebbe scommettere che siano sempre stati lì. Come la gebbia della piscina e il cubo di cemento incastrato sul lato dell’abitazione: un cannocchiale che, dalla camera da letto, punta dritto sulla campagna siciliana.