Dalla struttura brutalista, una villa messicana con piscina al centro dialoga con le rovine della dimora coloniale su cui si innesta. Sovrastata dal Picco di Bernal, il monumento naturale – e sacrale – a cui è dedicata
Un monolite antico otto milioni di anni dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco fa la guardia a Casa Bernal, un’architettura d’impronta brutalista incastonata tra le rovine di una villa coloniale del XVI secolo, nello stato di Querétaro, in Messico. Affiorando dal suolo roccioso come un santuario, la struttura in cemento e il Picco di Bernal – monumento naturale che custodisce il territorio sacro degli Otomí-Chichimecas – sono in costante dialogo.
“Mi piace pensare a Casa Bernal come a un umile spettatore che trae nutrimento dal suo habitat”, racconta Emmanuel Picault, fondatore di Chic by Accident, studio multidisciplinare che spazia dall’architettura all’interior e furniture design.
La scelta e la disposizione dei materiali – calcestruzzo e pietra di ardesia locale sia all’interno sia all’esterno – sono il risultato di un’attenta opera di osservazione. “Casa Bernal mi ha soggiogato. Ogni momento della progettazione è correlato al contatto visivo ed emotivo che ho provato al cospetto del monolite”, rivela Picault.
Contraddistinta da forme scultoree, l’abitazione è caratterizzata da geometrie articolate definite da elevazioni ardite e pendenze improvvise. “Abbiamo dovuto fronteggiare la topografia rocciosa e inclinata del luogo trovando al tempo stesso il modo per celebrare la sacralità maestosa della montagna”, continua il progettista.
“Quando ci siamo imbattuti nelle rovine del palazzo coloniale invase da cactus, agavi e piante del deserto, ci è parso subito chiaro che dovevamo integrare la reminiscenza di questo passato nel nostro progetto”.
Le strutture in cemento di nuova costruzione dovevano riecheggiare la forza espressiva delle rovine, che con il passare del tempo avrebbero accumulato imperfezioni e crepe. Combinare cemento, ardesia nera e metallo con gli antichi muri in pietra ha permesso di creare contrasti materici e prospettive inaspettate.
“Mi rifiuto di rimuovere la patina che il tempo ha depositato sulle pareti”, ammette Picault, “sento l’obbligo di rispettarla e preservarla”.
Assecondando il desiderio del giovane proprietario Marcos Ruiz – creare una residenza secondaria dove poter lavorare e riposare – gli spazi della casa sono organizzati attorno alla vita all’aperto: terrazze, patii e una piscina centrale dall’anima brutalista diventano i polmoni di uno scenario arido. Per raggiungere l’obiettivo lo studio ha creato una costante continuità tra materiali e colori, vecchio e nuovo, acqua e terra, deserto e cactus. Anche nel giardino le rovine della dimora coloniale sono state preservate nel loro stato originale.
“Ho definito i salti di quota e gli spazi verdi in stretta relazione con l’architettura preesistente”, spiega il progettista. Si può così trovare riparo sotto un albero di Mesquite di duecento anni, dove stuoie di rafia intrecciate a mano, lettini con cuscini e sedie pieghevoli in legno allestiscono uno spazio informale per rilassarsi, oppure refrigerarsi all’ombra delle piante di cactus a canne d’organo che circondano la piscina dalle intense sfumature verde-blu. Il suo fondale, rivestito con una speciale resina colorata, cambia colore a seconda dell’ora del giorno.
Casa Bernal irradia un’estetica intrisa di razionalità modernista, espressioni vernacolari e un brutalismo gentile ispirato a forme, figure e simboli di epoca preispanica. “Non è stata una scelta consapevole”, conclude Emmanuel Picault, “ma il risultato di osservazioni ed emozioni simili alla composizione di una poesia”.
Questo articolo è estratto da Open Air 2. Sfoglia il numero