ARCHITETTURA
Le finestre di Frank Gehry

Nei progetti di Frank Gehry finestre e aperture rappresentano un campo di indagine significativo, nel quale si condensano questioni fondamentali relative alla relazione tra interno ed esterno, alla luce naturale, alla percezione dello spazio e alla stessa definizione di facciata

Frank Gehry, scomparso nel 2025, rappresenta una delle figure più rivoluzionarie e dirompenti dell’architettura contemporanea. La sua carriera ha attraversato decenni di sperimentazione formale, tecnologica e concettuale, portando alla creazione di edifici che sfidano ogni convenzione. Tra i molti temi che attraversano la sua opera, il trattamento delle finestre e delle aperture rappresenta un campo di indagine significativo, poiché in esso si condensano questioni fondamentali relative alla relazione tra interno ed esterno, alla luce naturale, alla percezione dello spazio e alla stessa definizione di facciata.

Perché se nell’architettura convenzionale la finestra è disciplinata, regolata da proporzioni, moduli e gerarchie, Gehry sovverte ogni codice e ogni logica. Nelle sue opere, la finestra non è più un foro nella parete, ma diventa essa stessa generatrice di forma, strumento di deformazione della superficie, mediatore tra ordine e caos. La facciata si fa pelle organica e l’apertura diventa incisione, taglio, piega, frattura. Un codice progettuale complesso che risulta evidente dalla lettura di alcuni suoi progetti emblematici: il Guggenheim Museum di Bilbao (1997), il MIT Stata Center a Cambridge (2004), la Beekman Tower a New York (2011) e il Lou Ruvo Center for Brain Health a Las Vegas (2010).

LA FINESTRA COME SCULTURA

Guggenheim Museum – Bilbao, Spagna – 1997

Il Guggenheim di Bilbao rappresenta il capolavoro che ha consacrato Gehry a livello planetario. Un edificio iconico con scintillanti facciate ricurve rivestite in titanio, destinato a entrare nella storia dell’architettura per la sua capacità di combinare ricerca formale e qualità spaziali. La struttura è stata realizzata con tecnologie digitali avanzate, in particolare il software Catia, derivato dall’industria aeronautica, che ha permesso di tradurre in realtà le forme complesse e organiche che Gehry disegnava da anni. Qui il concetto tradizionale di finestra subisce una mutazione. Non esistono più ritmi modulari. Al loro posto, Gehry disegna una serie di tagli di luce che seguono la logica delle superfici curve e inclinate delle facciate e che vengono assorbiti nella geometria complessa dell’involucro. La luce entra copiosa attraverso l’atrio centrale, uno spazio di oltre 50 metri di altezza con un grande lucernario metallico “a fiore”, creando un effetto che evoca le navate gotiche di una cattedrale. Mentre le gallerie espositive, disposte su tre livelli attorno all’atrio, presentano aperture studiate con precisione chirurgica. Non sono finestre nel senso convenzionale, ma aperture che si piegano, si allargano, si restringono. L’edificio filtra, riflette, diffonde e in una certa misura sublima la luce attraverso geometrie che non riconoscono più la distinzione tra parete e apertura.

IL DISORIENTAMENTO PERCETTIVO

Ray and Maria Stata Center – Cambridge, Massachussets – 2004

Nel MIT il tema delle aperture raggiunge livelli di ambiguità senza precedenti, con soluzioni che sembrano affacciarsi sul vuoto, creando quasi una sensazione di vertigine. Infatti, nelle torri inclinate le finestre sfidano la percezione della verticalità: diventano oblique e i davanzali sembrano scivolare verso il basso. Chi si affaccia non ha più i punti di riferimento convenzionali: il suolo sembra lontano, il cielo troppo vicino, l’orizzonte inclinato. Quindi, nello Stata Center, Gehry spinge il concetto di apertura verso territori di percezione alterata. La finestra mette in relazione l’interno con l’esterno in modo instabile e non prevedibile: diventa strumento di disorientamento, di sorpresa, di rinegoziazione continua della relazione tra corpo, spazio e luce. Questo approccio ha implicazioni profonde: un edificio universitario, tradizionalmente concepito come spazio di concentrazione e studio, diventa uno strumento di stimolazione percettiva. Le aperture contribuiscono a questa trasformazione e invitano a un’esplorazione continua, a una lettura mai definitiva dello spazio circostante. Ed è proprio questo il punto. L’aspetto dello Stata è una metafora della libertà, dell’audacia e della creatività della ricerca – scientifica e sperimentale – che dovrebbe svolgersi al suo interno.

LA FINESTRA INDUSTRIALIZZATA

Beekman Tower – Lower Manhattan, New York – 2011

Completata nel 2011, la Beekman Tower è un grattacielo di 76 piani a Manhattan. Qui Gehry affronta la sfida di tradurre il suo linguaggio destrutturato nella tipologia più rigida e standardizzata dell’architettura contemporanea: il grattacielo residenziale. La soluzione è geniale nella sua semplicità: 10.500 pannelli-finestra in acciaio compongono la morfologia della facciata e generano bow-window di profondità diversa a ogni piano. Ma questi pannelli non sono disposti su un piano verticale: sono ruotati, inclinati, spostati in modo da creare un’onda che percorre l’altezza dell’edificio. La finestra, quindi, partecipa attivamente alla creazione della forma complessiva dell’architettura e ogni appartamento si apre su viste diverse, a seconda della posizione del pannello. Alcune guardano verso nord, altre sono orientate verso est o ovest, altre ancora offrono viste oblique dello skyline. Dal punto di vista tecnico, ogni pannello, con la sua finestra incorporata, è stato prodotto in fabbrica e installato come unità completa, scalato e industrializzato senza perdere la sua forza espressiva.

LA FINESTRA COME METAFORA

Lou Ruvo Center for Brain Health – Las Vegas – 2010

Inaugurato nel 2010, il Lou Ruvo Center è un complesso dedicato alla ricerca e alla cura delle malattie degenerative del cervello. L’edificio si compone di due parti: un volume più convenzionale che ospita gli uffici e i laboratori, e una struttura scultorea, quasi aliena – destinata a centro per eventi e convegni – nella quale il tema delle aperture è declinato con una carica simbolica particolarmente intensa. Le finestre sono 199, nessuna uguale all’altra. Fenditure verticali, finestre triangolari, lucernari a sorpresa: ogni apertura sembra essere il risultato di una frattura casuale piuttosto che di una progettazione. E proprio questa frammentazione ha un significato profondo in relazione al tema dell’edificio: le malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, colpiscono la capacità di percepire, ricordare e, soprattutto, orientarsi nello spazio. Le aperture frammentate e disorientanti diventano così metafora architettonica della malattia. Particolarmente significativo – e simbolico – è anche il trattamento della luce nel volume scultoreo. Le aperture filtrano la luce del deserto in modo drammatico, creando contrasti estremi tra zone di penombra e fasci di luce accecante. Questa luce “violenta” ricorda le esperienze descritte dai pazienti affetti da demenza, che spesso riferiscono disorientamento visivo e difficoltà di adattamento alle variazioni di luminosità. Il volume più convenzionale presenta invece una serie di finestre più ordinate ma sempre disposte in modo irregolare. Questa contrapposizione tra ordine e caos riflette così la dualità del complesso: da un lato la ricerca scientifica, che richiede rigore e metodo, dall’altro la malattia che disgrega l’ordine percepito. Per Gehry, le aperture del Ruvo Center diventano quindi potenti strumenti narrativi che comunicano il tema dell’edificio, una metafora visiva che parla direttamente ai sensi e all’inconscio dell’osservatore.

Questo breve excursus nell’opera di Frank Gehry rivela così differenti strategie di emancipazione dell’apertura dalla parete, da semplice oggetto architettonico a evento – e qualità – della superficie. Dalla frammentazione espressionistica del Guggenheim di Bilbao al disorientamento percettivo dello Stata Center, dalla serialità ondulata della Beekman Tower fino alla narrazione simbolica del Lou Ruvo Center, ogni edificio rappresenta un capitolo di una storia. Una storia che non è solo quella di un architetto e delle sue opere ma, più in generale, quella dell’architettura e del suo rapporto con la luce, lo spazio e la percezione.

Questo articolo è estratto da Frames 2026. Sfoglia il magazine