Per un giovane artista, Mountain Soil Interior Design trasforma un appartamento standard in un “archivio abitabile”. Una casa wabi sabi dove layout riorganizzato, materiali recuperati e arredi vintage costruiscono un interno pronto ad accogliere opere, oggetti e memorie
A Shanghai, Mountain Soil Interior Design reinterpreta un appartamento standard di 105 mq trasformandolo in una casa wabi sabi, pensata per un giovane visual artist e per accogliere i suoi oggetti, opere e memorie.
Il punto di partenza è una tipologia urbana codificata – tre camere da letto e un soggiorno – che lo studio decide di riorganizzare lavorando sulle connessioni e sulla qualità dell’abitare. Le tre camere vengono accorpate in due, correggendo il layout per aumentare la capacità di contenimento e liberare spazio a favore di una zona giorno più ampia e leggibile.
La cucina si apre sulla sala da pranzo e sul living, dove un approccio progettuale sottrattivo elimina le pareti superflue, restituisce profondità visiva e rende possibile una maggiore fluidità d’uso, senza imporre gerarchie funzionali rigide.
Il corridoio, da semplice spazio di passaggio, diventa una sequenza connettiva dotata di identità propria. All’ingresso, una lastra di pietra segna il cambio di soglia come se fosse un dispositivo urbano in miniatura, evocando l’esperienza di ponti, sottopassi e scale che scandiscono gli spostamenti metropolitani.
Il suo lieve cambio di quota e il rivestimento in legno usurato, posato come una pelle continua, costruiscono una texture materica intensa, capace di assorbire la luce e restituirla in modo morbido. Persino gli elementi tecnici vengono mimetizzati: il grande frigorifero è collocato all’inizio del corridoio e rivestito con finiture che si fondono con l’involucro, attenuandone l’impatto visivo.
Il cuore del progetto risiede però nell’interior design, che adotta una chiara matrice wabi sabi: materiali imperfetti e segnati dal tempo, mobili di recupero, pezzi vintage e opere dell’artista coesistono in un equilibrio calibrato.
L’appartamento non è concepito come palcoscenico per la produzione artistica, ma come “archivio abitabile” destinato a raccogliere nel tempo oggetti ed esperienze. Il living è organizzato attorno a icone del design storico – il divano D70 di Osvaldo Borsani, una poltrona in lino di Studio Oliver Gustav, una Chandigarh di Pierre Jeanneret – e dalla luce calda di una Lampe Gras Model 201.
Nello spazio di lavoro, una scrivania Chandigarh dialoga con la sedia Tulip in alluminio di Pierre Guariche del 1954, stratificando epoche e riferimenti in una narrazione discreta, più evocata che dichiarata.
La scelta dei materiali rafforza l’idea di una casa in divenire. Il legno, spesso di recupero e volutamente segnato, riveste superfici e passaggi, conferendo una marcata dimensione tattile. Le lastre di pietra naturale, ossidate nel corso dei decenni, vengono reimpiegate come pannelli a parete, maniglie, piani lavabo e partizioni doccia, costruendo una palette omogenea per cromia ma vibrante per densità e peso.
La luce lavora in stretta relazione con queste superfici: ora assorbita, ora diffusa, accompagna la sequenza di ambienti autonomi, ciascuno con una propria intensità. Gli spazi di lavoro dell’artista si integrano così nel tessuto domestico senza soglie nette, mentre gli oggetti emergono per accumulo, come in un processo di continua riscrittura.
Ne risulta una residenza che abbraccia l’idea di un progetto aperto, capace di ridurre gli sprechi attraverso il riuso colto di materiali e arredi, e di trasformarsi nel tempo insieme a chi la abita.