RESORT
Baihuali Homestay

Un hotel con villaggio termale sospeso tra natura e architettura. Wumichi Architects firma un wild resort che intreccia cortili e alberi secolari, adattandosi alla topografia del paesaggio

Nel progetto per il complesso termale Baihuali Homestay, immerso tra i campi da tè di Linhai, Wumichi Architects adotta un approccio sensibile alle caratteristiche geografiche, culturali e climatiche del luogo. L’obiettivo è creare un villaggio dedicato al tempo libero e al benessere, fondato su un dialogo continuo tra architettura e paesaggio. “In un’epoca in cui le città cambiano con rapidità vertiginosa, scegliamo di ridefinire l’idea di ospitalità rurale con una ‘mentalità da secolo scorso’: non inseguendo mode passeggere, ma affidandoci a principi ecologici e alla valorizzazione del patrimonio culturale per dare forma a un villaggio ideale, capace di restare vivo anche nel futuro”, spiegano dallo studio.

Il resort si ispira a una forma di “wild luxury”, un lusso “selvaggio” che risiede nella ricchezza materica dei materiali. Ogni albero, ogni pietra, ogni giardino di tè partecipa alla definizione del luogo, determinandone il carattere più di quanto possa fare l’intervento umano. Il progettista principale, Cao Wei, sottolinea l’importanza di rispettare la morfologia del terreno e le leggi climatiche del sito, perseguendo una relazione tra architettura e ambiente fondata sulla minima interferenza. Fin dalle prime fasi di progetto, infatti, ha scelto di non abbattere alcun albero secolare, lasciando che fossero gli edifici ad adattarsi alla loro presenza. È un principio che riflette una visione ecologica che non consiste nel portare la natura dentro l’architettura, ma nel permettere all’architettura di crescere dentro la natura.

Da questa filosofia nasce il concetto spaziale del “un albero, un cortile”: ogni edificio si sviluppa attorno a un esemplare preesistente, la cui chioma diventa un tetto naturale. Le volumetrie si arretrano per creare cortili che catturano la luce, favorendo una relazione diretta tra interno ed esterno. Le strutture si adagiano sui pendii, adattandosi alla topografia e restituendo a ogni ambiente una vista aperta sul paesaggio.

L’uso di fondazioni su pali riduce al minimo gli scavi, consentendo alle radici degli alberi di respirare liberamente e mantenendo il naturale ciclo dell’acqua e del suolo. Questa scelta genera anche corridoi naturali per il vento e per la biodiversità. In montagna, costruire non significa conquistare: non si tagliano colline né si riempiono valli, ma si lascia che le architetture crescano dolcemente dai pendii, come antichi cedri. Un sistema di drenaggio tridimensionale e di sollevamento a terrazze permette così una perfetta simbiosi tra naturale e costruito.

Lo stile architettonico è fondato su un dialogo sensibile tra materiali e spazio. L’incontro tra la tradizione rurale e i materiali contemporanei dà vita a una casa “che respira”. Nessuna macchina da taglio è stata utilizzata per le finiture: ogni pietra conserva la propria superficie naturale, posata secondo la tecnica tradizionale della muratura a secco. Le grandi superfici vetrate annullano i confini tra interno ed esterno, amplificando la continuità con il paesaggio.

Le scale in pietra, distanziate di pochi centimetri dal bordo dell’edificio, permettono all’architettura di respirare, mentre pavimentazioni ecologiche e vegetazione si intrecciano in modo spontaneo. Le lamelle in legno del portico filtrano la luce, mentre cespugli di forsizia e leggere graminacee ondeggiano sui muri di pietra, in costante risonanza con lo spazio costruito.