ARCHITECTS AT HOME
Ludwig Godefroy 

L’amore per il cemento di Ludwig Godefroy domina la sua casa studio a Città del Messico.
Dove a parlare è il suo approccio neo-brutalista, ricco di intersezioni visive e tocchi scultorei

Durante la pandemia sono stati in molti, nei contesti urbani, a rendersi conto di avere bisogno di un maggiore contatto con la natura. È successo anche a Ludwig Godefroy: da tempo di stanza a Città del Messico, dove nel 2011 ha aperto il suo studio, l’architetto francese aveva vissuto fino a quel momento in quartieri internazionali quali Condesa e Roma, ma per realizzare il desiderio di un giardino ha deciso di trasferirsi nella zona di San Jerónimo, in una palazzina senza un particolare stile appartenente alla madre della moglie Fabiola Zamora, fotografa e fondatrice della rivista 192 Magazine. Non prima di rimetterla a nuovo, naturalmente, tenendo conto delle esigenze della figlia, la piccola Oona, e seguendo la sua nota passione per i materiali grezzi e per un approccio che lui stesso ha definito “post-brutalista in versione tropicale”.

È così che un edificio con due ingressi protetti da porte in ferro, prima affittato per uffici, si è trasformato in una residenza famigliare che unisce la gioia della vita all’aria aperta con il comfort e la tranquillità domestici. Da un lato, obiettivo della ristrutturazione è stato quello di collegare interno ed esterno attraverso più interventi, tra cui l’aggiunta di finestre ampie al piano terra e la creazione di un patio popolato da pietre e aiuole, più delle sculture e un’enorme fioriera a semicerchio in cemento posizionata sopra la porta d’entrata.

Dall’altro, sono stati completamente ristrutturati gli interni, spogliati delle rifiniture pre-esistenti, dalle piastrelle a terra al gesso strutturato sulle pareti, e ripensati puntando su uno stile minimale, senza tempo, a tratti spartano, ma non per questo privo di calore. Il tutto, ancora una volta, attribuendo un ruolo di primissimo piano al cemento, materiale amato da Godefroy perché vivo, imperfetto e dal grande potere evocativo, non a caso protagonista indiscusso di altri suoi progetti, da Casa Zicatela, a Oaxaca, a Casa Mérida, nell’omonima località. 

Al piano terra l’organizzazione degli spazi si sviluppa attorno a un vestibolo centrale, con cucina, zona pranzo e soggiorno situati di fronte allo studio. Siamo in una sorta di open space dove il cemento è stato riportato a vista scrostando l’intonaco presente sui muri e lasciato grezzo, oltre che utilizzato per costruire su misura anche parte degli arredi, che risultano così integrati nell’involucro architettonico come sue estensioni, se non varianti scultoree.

Tra questi, il piano cucina, il tavolo da pranzo, la struttura del divano, scaffalature per libri e praticamente ogni componente del bagno, esempio di omogeneità materica caratterizzato da un ritaglio circolare incassato nel pavimento con soffioni per l’acqua incorporati, dove al grigio ruvido che dona alla stanza un carattere quasi mistico si contrappone il nero della rubinetteria.

In generale l’unione visiva tra i vari ambienti trasmette un forte senso di apertura: da più punti è possibile godere di prospettive diagonali, secondo un’intersezione di viste e scorci che regala all’insieme un tocco ludico, tocco accentuato ulteriormente dalla presenza di alcuni ritagli curvilinei nelle pareti, simil a oblò che consentono di affacciarsi da un’area dell’abitazione all’altra.

Alla base, la ricerca di un’armonia abbinata a una semplicità spoglia, che non esclude l’amore per il contrasto sia di forme – eloquente, nel living, l’accostamento tra triangoli e sfere –, sia di materiali, vedi la scala in legno di pino e metallo, le sedie dal sapore rustico, il parquet in camera da letto e il muro in pietra lavica tezontle, ricca di toni rossastri: elementi che conferiscono alla zona giorno un’atmosfera da baita sui generis.