MAESTRI
Gae Aulenti

Tra le poche donne in un contesto fortemente maschile, Gae Aulenti ha costruito una visione fondata sull’ascolto del luogo e della sua storia. Dalla Milano del dopoguerra alla lampada Pipistrello fino al Musée d’Orsay, ha ridefinito l’architettura attraverso un linguaggio colto ma calato nella realtà

Quando nel 2012 Milano inaugura la piazza che oggi porta il suo nome, al centro del nuovo quartiere di Porta Nuova, rende omaggio a una delle figure più autorevoli dell’architettura e del design italiani del Novecento. Gae Aulenti, scomparsa pochi mesi prima, aveva trascorso tutta la sua carriera dimostrando che un progetto non nasce mai nel vuoto: ogni edificio, ogni oggetto e ogni allestimento prendono forma dal dialogo con il luogo, con la sua storia e con le persone che lo abitano.

Nata nel 1927 a Palazzolo dello Stella, in Friuli, da padre pugliese e madre napoletana di origini calabresi, sceglie di studiare architettura al Politecnico di Milano contro le aspettative della famiglia. Si laurea nel 1953, in un ambiente ancora fortemente dominato dagli uomini, e l’anno successivo ottiene l’abilitazione professionale. Milano, negli anni del dopoguerra, diventa il luogo della sua formazione intellettuale e progettuale. Qui entra nella redazione di Casabella-Continuità, diretta da Ernesto Nathan Rogers, dove lavora dal 1955 al 1965. Rogers le trasmette un’idea di architettura lontana dai dogmi del razionalismo: il progetto, prima ancora che forma, deve essere interpretazione critica della storia e delle preesistenze.

In quegli anni prende forma il movimento Neoliberty, che recupera il valore della tradizione costruttiva, dell’artigianato e della memoria urbana. Aulenti ne diventa una delle protagoniste: “L’architetto deve saper leggere il contesto perché molto spesso le radici sono nascoste e sotterranee. Il saperle riconoscere e farle apparire è il grande lavoro di rilettura storica di un luogo”.

Questa visione accompagnerà tutta la sua carriera. Per Aulenti l’architettura non può essere separata dal design, dagli interni o dagli allestimenti: tutto appartiene a un unico processo. Lei stessa sintetizza questo principio con parole diventate emblematiche: “Il principio consapevole di non progettare oggetti come unità singole, ma come parte di un universo più ampio, è un elemento costante del mio lavoro”.

La notorietà arriva a metà degli Anni 60 grazie alla collaborazione con Olivetti. Per lo showroom di Parigi progetta gli interni e, contestualmente, disegna quella che diventerà una delle icone assolute del design italiano: la lampada Pipistrello, ancora oggi prodotta da Martinelli Luce. Il suo diffusore in metacrilato opalino richiama le ali di un pipistrello, mentre il caratteristico stelo telescopico permette di regolarne l’altezza. “Se io vado oggi a vedere le lampade che ho fatto, non sono mai delle macchine per fare la luce: sono delle forme, suggerite dal lavoro che si stava facendo in quel momento per uno spazio”, spiegava Gae Aulenti.

La collaborazione con Olivetti prosegue con il negozio di Buenos Aires e contribuisce ad affermarne il talento anche nell’interior design. Poco dopo Gianni Agnelli le affida la ristrutturazione del suo appartamento milanese in Brera, dando inizio a un rapporto professionale e personale destinato a durare tutta la vita.

Negli stessi anni Aulenti amplia progressivamente il proprio raggio d’azione. Disegna showroom per Fiat, Knoll e Olivetti, realizza allestimenti teatrali insieme a Luca Ronconi, dirige artisticamente FontanaArte e collabora con aziende come Artemide, Kartell, Poltronova, Gavina e Zanotta. Da queste esperienze nascono alcuni dei più celebri oggetti del design italiano: la lampada King Sun, ispirata a una rappresentazione astratta del sole; Patroclo, in cui il vetro soffiato incontra una rete metallica; il Tavolo con Ruote, oggi nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York; il successivo Tour; la sedia pieghevole April, la serie Tennis, il tavolo Jumbo, la sedia a dondolo Sgarsul e numerose altre lampade, tra cui Oracolo, Mezzoracolo, Parola e Ruspa, tutte accomunate dalla volontà di sperimentare forme, materiali e tecniche produttive.

Se il design le regala fama internazionale, è nell’architettura che Aulenti lascia alcuni dei suoi interventi più influenti. Il progetto che meglio sintetizza il suo metodo resta la trasformazione della Gare d’Orsay di Parigi nel Musée d’Orsay, realizzata tra il 1980 e il 1986. Invece di cancellare l’identità della storica stazione ferroviaria Beaux-Arts, ne conserva l’impianto monumentale e costruisce un nuovo museo lavorando sulla luce, sui percorsi e sul rapporto tra opere e visitatori.

“L’architettura di un museo è definita dal tipo d’illuminazione, naturale e artificiale, che bisogna comporre per consentire la migliore percezione delle opere”. Per questo motivo studia attentamente la luce zenitale proveniente dalla grande copertura vetrata, scegliendo materiali chiari capaci di diffonderla in modo uniforme e progettando gli spazi espositivi affinché ogni opera trovi la propria corretta distanza visiva.

Lo stesso approccio caratterizza molti altri restauri e riconversioni: Palazzo Grassi a Venezia, il Musée National d’Art Moderne al Centre Pompidou di Parigi, l’Asian Art Museum di San Francisco, Palazzo Branciforte a Palermo, le Scuderie del Quirinale, la stazione Cadorna e lo Spazio Oberdan a Milano. Ogni progetto nasce da un approfondito studio storico e costruttivo, seguito da interventi capaci di aggiornare gli edifici alle esigenze contemporanee senza comprometterne l’identità.

Per Aulenti ogni luogo costituisce prima di tutto “un fatto concettuale”. Il progetto deve comprendere ciò che esiste e trasformarlo senza interromperne la continuità. Questa coerenza attraversa tutta la sua produzione, dall’architettura agli oggetti di design. Andrea Branzi la definisce una “straordinaria produttrice di icone ambientali”, capace di trasformare ogni progetto in un segno riconoscibile senza mai rinunciare alla complessità del contesto. La sua ricerca non punta infatti all’oggetto spettacolare, ma a un equilibrio tra memoria e contemporaneità, tra funzione e qualità dello spazio.

Gae Aulenti muore a Milano il 31 ottobre 2012, all’età di ottantaquattro anni. Pochi mesi dopo, la città le dedica Piazza Gae Aulenti, oggi uno degli spazi pubblici più frequentati del capoluogo lombardo. Un riconoscimento simbolico per un’architetta che ha sempre rifiutato l’etichetta di “archistar”, preferendo considerare il progetto come un esercizio di lettura e interpretazione del mondo costruito. È una visione che continua ancora oggi a influenzare il modo di pensare l’architettura, il design e il rapporto tra innovazione e storia.