Nessuna formula, nessuna specializzazione. Per i cinque soci di Mesura ogni progetto è un nuovo territorio da esplorare. Perché ciò che rimane costante è il processo
Lo studio di architettura Mesura nasce a Barcellona nel 2010, nel pieno della crisi economica che ha travolto la Spagna. Cinque giovani architetti appena usciti dalla facoltà decidono di fondare uno studio che rifiuta il modello dell’architetto-autore e costruisce invece un’alternativa corale. Cinque visioni, zero formule: Mesura ha costruito la propria cifra sul rifiuto dell’automatismo: “La nostra coerenza non è stilistica, è metodologica”, spiegano.
“Ogni progetto è diverso perchè diverse sono le condizioni. Ciò che rimane costante è il processo”. Oggi lo studio è una famiglia di sessanta persone e attraversa scale e geografie senza mai ripetersi: architettura effimera, residenza privata, retail, spazi culturali. Dalla necessità iniziale di guardare oltre i confini nazionali è nata un’attitudine che oggi definisce l’identità dello studio: radicamento nei luoghi, responsabilità condivisa, attenzione alla dimensione sociale del lavoro. Perchè Mesura crede nella sostenibilità delle idee, non solo dei materiali.
Siete nati nel pieno della crisi, senza esperienze precedenti. Come avete raggiunto questa dimensione?
Sapevamo che avremmo dovuto cercare lavoro fuori dalla Spagna, per necessità, e per dieci anni abbiamo sondato le opportunità all’estero, con perseveranza. La svolta è arrivata durante la pandemia, vincendo il concorso del museo digitale in Arabia Saudita. Il nostro è stato un processo per tentativi, errori, aggiustamenti continui. Ci siamo adattati alla scala che lo studio assumeva di volta in volta. Le chiavi della crescita sono tre: passione, visione internazionale ed equilibrio tra progetti di ricerca e progetti commerciali.
Qual è il segreto per mantenere coerenza e allineamento tra cinque partner nel lungo periodo?
Prima di tutto perseveranza e determinazione: molti studi si disgregano perché l’intensità emotiva non è equivalente tra i soci. L’aspetto decisivo è stato comprendere che progettare significa ascoltare. All’inizio gli scambi erano conflittuali, quasi competitivi, ma abbiamo capito presto che quel modello non produceva qualità. Oggi i progetti sono testati attraverso i cinque sguardi diversi e quelli forti nascono da dialoghi profondi, in cui tutto viene messo in discussione. Questa complessità può esistere solo se la visione è plurale.
Come funziona una struttura così ampia?
Con la continuità. Molte persone lavorano con noi da oltre dieci anni. La cultura interna è rimasta quella degli inizi: dibattito, ascolto, responsabilità condivisa. Mesura è una comunità che condivide la convinzione che l’architettura non sia un gesto individuale, ma un processo corale. E la presenza di molte nazionalità e background diversi arricchisce il processo. Abbiamo ad esempio un’ottima esperienza con architetti formati in Italia: uniscono sensibilità creativa e solidità tecnica, un equilibrio raro. La responsabilità verso una buona architettura è il motore, e questa responsabilità è sempre condivisa.
Che cosa significa per voi fare buona architettura?
Tempo, passione e senso di responsabilità. È inevitabilmente soggettiva, ma quando un progetto è affrontato con impegno autentico, anche a rischio di sbagliare, acquista valore. È il risultato di un equilibrio tra pensiero e costruzione: una riflessione forte sostenuta da un’esecuzione precisa. E capacità di interpretare la memoria del luogo, aggiungendo una stratificazione che sembra essere sempre esistita. Certamente dipende molto anche dalla qualità del committente, ma per noi i clienti sono sempre due: chi commissiona l’opera e il luogo in cui si costruisce.
Evitate deliberatamente la specializzazione. È una scelta strategica?
Sì. Confrontarsi con scale e programmi diversi genera contaminazioni interne e mantiene viva una certa freschezza. La specializzazione può essere un punto di forza ma rischia di produrre automatismi, dinamiche ripetitive. Cambiare costantemente campo ci costringe a rimettere in discussione il metodo e a evitare formule predefinite. La nostra coerenza non è stilistica, è metodologica. Ogni progetto è diverso perchè diverse sono le condizioni: luogo, cliente, programma, scala. L’esito non è mai predeterminato, il percorso sì.
Come affrontate la sostenibilità, dall’effimero all’architettura permanente?
Cominciamo sempre con una domanda: da quale prospettiva il progetto può essere sostenibile? Nell’effimero lavoriamo sul riuso: al Salone con Nanimarquina una superficie tessile divisoria è diventata tappeto. Ad Arco la moquette della fiera, reinterpretata come elemento verticale, è stata riciclata per le tote bag dell’edizione seguente. Nell’architettura permanente la base è l’architettura passiva: scelte climatiche e costruttive consapevoli, ritorno al genius loci, materiali locali, gestione dell’esposizione. Ma esiste anche una dimensione culturale, la bellezza. Molti edifici storici sono ancora in piedi perché pensati con un’intenzione di permanenza e riconosciuti come valori collettivi. Ciò che una comunità considera significativo tende a essere preservato.
Fatemi degli esempi concreti di vostre realizzazioni che vanno in questa direzione
Il museo di Arte digitale in Arabia Saudita è un’architettura introversa, con muri spessi e corti interne, che riprende i principi vernacolari e lavora con sistemi passivi. La facciata è realizzata con circa 500.000 mattoni in terra cruda prodotti localmente secondo tecniche tradizionali. Qui identità, clima, materiali e immagine coincidono. Un altro caso è il negozio Aesop a Barcellona, costruito interamente con pietra di Montjuïc recuperata da edifici demoliti. La cava non è più attiva, ma la pietra continua a vivere attraverso il riuso: una forma radicale di chilometro zero.
Qual è oggi il principale ostacolo alla sostenibilità?
Gran parte dell’architettura contemporanea è guidata dalla logica della promozione immobiliare, dove si dà priorità alla redditività e non alla qualità progettuale. Questo comporta un’architettura standardizzata, replicabile ovunque. Si perde identità, cultura, specificità. Ma per fortuna in Europa ci sono segnali di cambiamento.
Quali progetti avete in corso?
Una ventina tra nazionali e internazionali: un nuovo stand per il Salone del Mobile, residenze private e plurifamiliari, edifici culturali e quasi pubblici, progetti di ospitalità, interventi sul patrimonio come lo spazio museale al secondo piano di Casa Batlló. Per noi è fondamentale mantenere un portafoglio equilibrato e diversificato.
Vi interessa anche la piccola scala del design?
È un ambito che stiamo ancora esplorando. Il passaggio dalla scala architettonica a quella dell’oggetto è stimolante: permette di controllare ogni elemento. Abbiamo iniziato disegnando oggetti e mettendoli in vendita sul nostro sito, quasi sperimentalmente. Stiamo ancora cercando il formato giusto, il modo più coerente per dare a questa dimensione una forma chiara e sostenibile.
La vostra comunicazione, la pagina web, mette in mostra il processo progettuale, non solo il risultato finale. È una scelta insolita..
Fin dall’inizio abbiamo voluto rendere visibile il processo intellettuale che di solito rimane interno allo studio. In un contesto saturo di immagini, comprendere il “come” e il “perchè” diventa più interessante del semplice esito formale. È una scelta nata più da un’intuizione che da una strategia. Col tempo abbiamo capito che produce un ritorno immateriale molto forte. Per noi comunicare significa ampliare il campo dell’architettura oltre gli architetti, rendendo il processo accessibile anche a un pubblico più ampio.
Dopo aver esplorato tante scale e programmi, cosa vi piacerebbe realizzare?
La residenza sociale, una tipologia che abbiamo cercato di affrontare attraverso concorsi senza ancora riuscirci. Siamo attratti da progetti con un impatto sociale forte: edilizia abitativa, attrezzature pubbliche, spazi che incidano sulla vita collettiva. E poi c’è anche un possibile spazio religioso in Arabia Saudita, un incarico complesso ma stimolante, che speriamo vada in porto.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine