In un ex garage degli Anni 30, Richard Hutten ha progettato una casa che fonde rigore progettuale e sperimentazione. Siamo a Rotterdam, nel quartiere Blijdorp: è qui che l’edificio originario firmato da Jo van den Broek – uno dei protagonisti del funzionalismo olandese – è stato reinterpretato dal pluripremiato designer
In un ex garage degli Anni 30, Richard Hutten ha progettato una casa che fonde rigore progettuale e sperimentazione. Siamo a Rotterdam, nel quartiere Blijdorp: è qui che l’edificio originario firmato da Jo van den Broek – uno dei protagonisti del funzionalismo olandese – è stato reinterpretato dal pluripremiato designer con un intervento che ha richiesto quattro anni di lavori.
L’idea di fondo: creare un ampio spazio fluido, inondato di luce naturale grazie a un’apertura zenitale sul soffitto, con al centro una sorta di agorà domestica attorniata da volumi funzionali indipendenti.
Nella fattispecie, l’impianto distributivo ruota attorno a cinque volumi bianchi che ospitano camere, bagni, zona home cinema e una piccola biblioteca. Mentre al cuore della residenza di 500 metri quadrati si collocano cucina, soggiorno e area giochi pensata non come semplice aggiunta accessoria, ma come dichiarazione d’intenti: il gioco, per Hutten, oltre a rappresentare una dimensione pedagogica importante per i suoi figli, è una componente fondamentale dell’abitare contemporaneo.
In questa cornice, ogni elemento d’arredo racconta il percorso di Hutten. Le capriate triangolari originali, lasciate a vista, stabiliscono un dialogo continuo tra memoria industriale e una visione creativa ben incarnata da una collezione eclettica di pezzi iconici, scelti non solo per il valore estetico, ma per la loro forza narrativa.
Il pavimento accoglie, per esempio, un tappeto circolare disegnato dallo stesso Hutten, mentre una serie di sedute è chiamata a comporre una mappa affettiva e progettuale che include una versione da parete della Bronto Chair, uno dei classici del designer formatosi a Eindhoven, la Random Chair in rete di carbonio di Bertjan Pot.
E ancora, la Muff Daddy Armchair di Jerszy Seymour, oggetto ludico con braccioli espandibili, la Chubby Chair di Dirk van der Kooij e una riedizione di Cassina della scultorea Red & Blue Chair di Gerrit Rietveld. Infine, arricchiscono l’assortimento la prima edizione della Clay Chair di Maarten Baas, la “poltrona di stracci” Rag Chair e la cassettiera You Can’t Lay Down Your Memories di Tejo Remy, frutto dell’assemblaggio di vecchi cassetti riciclati.
A emergere è un approccio curatoriale esteso anche al lato più strettamente decorativo: fotografie di Erwin Olaf e opere a carboncino di Anouk Griffioen impreziosiscono le pareti. Le affiancano vasi-scultura di Hutten e altri oggetti da lui concepiti per vari brand, dal secchiello per il ghiaccio in ottone Double O alla Dombo Cup, tazza dalle “orecchie grandi” che strappa anche un sorriso.
Anche i dettagli apparentemente secondari – una scultura giocattolo in cima a un mobile, una bicicletta appesa a un muro o il tavolo da pranzo bianco con gambe a forma di pile di libri, abbinato a sedie tutte diverse – contribuiscono a plasmare un universo domestico dal carattere unico, che intreccia pezzi di storia del design con una poetica personale, tra rigore e fantasia.
Uno spazio articolato sotto il profilo delle funzioni, ma contraddistinto da una forte coerenza visiva e concettuale ottenuta anche per mezzo di una tavolozza di materiali selezionati per la resa tattile e di un equilibrio cromatico in bilico tra la neutralità diffusa delle superfici – pavimenti chiari, pareti bianche, volumi essenziali – ed esplosioni di colore dal gusto pop.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine