STUDIO VISIT
Mircea Anghel

In una vecchia segheria dell’Alentejo, Mircea Anghel crea pezzi unici con legni recuperati da siti di demolizione o da alberi divelti dalle tempeste. Come quello – monumentale – all’ingresso del suo atelier

Il designer Mircea Anghel svela cosa si cela oltre le porte del suo studio nascosto in una location d’eccezione: una segheria nel paese di Alcácer do Sal, in Portogallo. Questa vivace residenza d’artista ha svelato ai non addetti ai lavori tutta la produzione di Anghel – ispirata alla costruzione delle tradizionali barche da pesca –, mentre a Lisbona, la galleria d’arte Francisco Fino ha allestito una mostra con le sue ultime e più audaci creazioni.

Un idillio costeggiato da risaie, vigneti e mulini, a un’ora dalla capitale, è lo scenario bucolico dove Anghel dà vita a questi pezzi unici che sfidano la forza di gravità. Interamente fatti a mano, sono modellati con materiali grezzi di provenienza locale quali pietra, marmo, sale, acqua e legno, quest’ultimo recuperato da siti di demolizione o divelto dalle foreste dopo forti tempeste, come rivela l’enorme albero sradicato che incornicia l’ingresso della segheria.

Mentre all’interno, un’installazione monumentale fatta con gli scarti del legno percorre in lunghezza una delle pareti, dando vita a una scultura dalle forme intrecciate e asimmetriche. Un pezzo d’arte dall’evoluzione non-finita che simboleggia le inesauribili aspirazioni di Anghel, tra cui il sogno di riunire in questo laboratorio multifunzionale progettisti, falegnami, artigiani e giovani creativi provenienti da ogni parte del mondo.

Nelle sue opere, bilanciamento e ratio matematica si affiancano a un forte elemento di imprevedibilità, dettato dalla natura aleatoria dei materiali. Il designer, infatti, non intende distorcere la soluzione per adattarla a un risultato prestabilito, ma abbracciare il flusso naturale del processo creativo. Le sue pratiche sono in continua evoluzione, come i suoi pezzi, mai statici ma soggetti a un iter biologico di crescita, corrosione, deterioramento, decomposizione ed esplosione, immortalati in un particolare momento della loro effervescente trasformazione organica. “Tendo a riflettere su un pezzo di legno per mesi o anche anni”, spiega. “Ne contemplo la forma per coglierne la bellezza nascosta e poi, attraverso le mie abilità artigiane, estrapolo l’oggetto imprigionato al suo interno”.

Influenzato dai principi dell’arte giapponese, sceglie le materie prime con estrema cura: “Voglio creare dalla e non contro la loro natura. Mi piace l’idea di avere poco controllo sul processo, forse perché non ho avuto una formazione scolastica né nel design né nella falegnameria. Ho imparato facendo”, aggiunge, definendosi un “designer accidentale”. È da autodidatta, infatti, che apprende i rudimenti dell’artigianato, riponendo nel cassetto una laurea in economia per fondare lo studio di progettazione Cabana.

Del percorso universitario gli rimangono, però, il forte pragmatismo e la capacità di armonizzare tra loro elementi contrastanti, qualità che trovano diretta espressione nei suoi pezzi, come nel maestoso tavolo Pico Rosa. Chiamato così dall’isola vulcanica delle Azzorre, è composto da una base scultorea in marmo naturale venato di rosa e da una superficie in legno modellata a mano. Da allora Anghel sperimenta formati sempre più audaci, come il tavolo Democracy, una base in marmo bianco sormontata da un piano ligneo arrotondato. Un gioco di forze contrapposte ne garantisce l’equilibrio, sebbene il più impercettibile dei movimenti rischi di comprometterne la natura statica. Ma, a volte – come Anghel stesso dimostra – accogliere il lato più instabile e precario dell’esistenza non è affatto un male.