Il saggio “Contro la città usa e getta” di Vittorio Magnago Lampugnani offre l’occasione per una riflessione critica su lessico, retoriche consolidate e ambiguità concettuali sul tema della sostenibilità urbana e architettonica
Nel suo saggio Contro la città usa e getta (edizioni Bollati Boringhieri), Vittorio Magnago Lampugnani denuncia come l’edilizia abbia adottato logiche di obsolescenza programmata, sacrificando la durata e la manutenzione all’ideologia del consumo. Per l’autore, la vera sostenibilità non risiede in palliativi tecnologici o facciate verdi – spesso operazioni di greenwashing -, ma nella parsimonia: costruire meno, meglio e più densamente, privilegiando il riuso, la conversione del patrimonio esistente e la rinuncia a un’innovazione fine a se stessa.
Non solo: la sostenibilità – scrive Magnago Lampugnani – deve essere anche sociale. E qui la sua critica all’architettura iconica, ai boschi verticali e ai quartieri residenziali di lusso diffusi nelle metropoli e città italiane ed europee – ambito d’elezione dell’analisi – diventa strutturale: questi modelli sono funzionali a quel processo di finanziarizzazione che, dalla crisi del 2008, ha eletto il settore immobiliare a rifugio privilegiato per capitali in cerca di rendimenti stabili e scalabili.
Un meccanismo che esige investimenti continui e massicci, e che finisce per ignorare i conseguenti costi ambientali e sociali. Si è già sperimentato come la crescita urbana, se non regolata da un principio di limite assunto come criterio politico-progettuale, generi diseguaglianze, rendite improduttive e sprechi che compromettono la sostenibilità complessiva del sistema.
Costruire meno, densificare, riusare, recuperare tipologie urbane che connettano anziché atomizzare le vite dei cittadini – l’autore al proposito cita la casa a corte -, non significa essere nostalgici conservatori, bensì tentare di sottrarre l’architettura alla logica dell’asset e della crescita infinita, per restituirla al tempo lungo delle città-comunità e riportarla a misurarsi con i territori e a rinnovarli senza stravolgerne il valore culturale, paesaggistico e architettonico.
Uscendo dal discorso specifico di Magnago Lampugnani, il problema è che bisogna prima riconoscere che, quando si parla di sostenibilità urbana e architettonica, ci si imbatte in un ostacolo: l’ambiguità del linguaggio. Termini come densità, rigenerazione, sostenibilità e inclusione sono diventati passe-partout semantici, abbastanza elastici da poter sostenere visioni divergenti, abbastanza vaghi da risultare efficaci sul piano retorico, ma problematici sul piano critico.
È questa ambiguità ad avere facilitato la diffusione di una visione oggi egemonica, che può presentarsi come universalmente condivisibile proprio perché evita di esplicitare i conflitti che attraversano la trasformazione urbana. A trainarla, una cultura del progetto che non intende più quest’ultimo come pratica civile, ma lo riduce a dispositivo apparentemente neutrale di governo della complessità: il progetto si configura come un congegno che tiene insieme interessi divergenti – dal capitale finanziario alle istanze sociali – eludendone la contraddittorietà.
Ne deriva una tecnicizzazione e depoliticizzazione dell’architettura, alla quale Magnago Lampugnani si contrappone. Il suo “smettete di costruire” contrasta una visione imperante in cui il consumo di suolo è escluso sulla carta, ma la logica espansiva resta intatta: complessi di nuova generazione, grattacieli verdi e quartieri vetrina tendono a configurarsi come porzioni di città ad alta rendita, pensate per un’utenza omogenea dal punto di vista del reddito e dello stile di vita, rendendo infine inevitabili i peggiori aspetti della gentrificazione: la fuga delle classi popolari e progressivamente di ampi settori del ceto medio.
In conclusione, il confronto tra questa prospettiva al momento dominante e le posizioni di chi, come Magnago Lampugnani, vi si oppone, mostra come quello della sostenibilità non sia un terreno neutro, ma un campo di tensioni profonde. Da un lato, una cultura della riorganizzazione, della connessione e dell’intensificazione, che continua a credere nella capacità del progetto di governare la complessità senza recedere dal dogma della crescita; dall’altro, una cultura della parsimonia, del limite e della durata, che invita l’architettura a farsi meno spettacolare e più responsabile. La consonanza lessicale non deve trarre in inganno: in gioco non c’è solo il futuro della città, ma il ruolo stesso dell’architettura nel definirlo.
Questo articolo è estratto da The Book 30. Sfoglia il magazine