COMUNICAZIONE
Comunicare l’architettura

Informare o narrare? Una nuova rubrica per raccontare agli architetti che cosa serve a un progetto e ai suoi autori per raccontarsi. Sui giornali e sui propri canali

Lo sa bene chiunque scriva di architettura: per ogni progetto che finisce in pagina, ce ne sono quattro o cinque che potrebbero, ma non riescono. Non perché non meritino (anche per questo, certo), ma perché manca loro qualcosa di molto importante: in primo luogo le foto giuste, ovvero un servizio fotografico d’autore o, quantomeno, di alta qualità. Poi ci vogliono informazioni chiare, una scheda tecnica con i dettagli e i crediti di progetto, ovvero quello che serve a una rivista per valutare e pubblicare. È come se tra l’architetto e il suo pubblico si aprisse uno spazio, e dentro quello spazio si perdesse un’opportunità. Questa nuova rubrica nasce per provare a riempire quel vuoto. O almeno per rimpicciolirlo.

Ora, la prima domanda da farsi, quando si parla di comunicare l’architettura, è: che cosa vuol dire, esattamente, comunicare? Fondamentalmente, due cose: informare e narrare. Non sempre i due livelli devono viaggiare insieme. Per esempio, se voglio farmi notare da una rivista scrivendo alla redazione – attraverso un ufficio stampa, ma di questo parleremo più avanti -, devo avere un testo che informi e non che racconti: una descrizione chiara del progetto, del brief di partenza, possibilmente l’identikit del committente per capire come le sue richieste sono state interpretate.

E, ancora, le foto e una scheda con i sistemi e gli arredi scelti. Questo approccio descrittivo, se paga con le riviste, può diventare un boomerang sui social. Dove, appunto, l’approccio tutorial rischia di annoiare anziché fare ciò che sul digitale funziona meglio: veicolare storie per suscitare emozioni. Perché le nozioni generano spirali: non bastano mai. Se dai informazioni, dovrai darne sempre di più, aggiornare, precisare, chiarire. Le emozioni, invece, generano empatia. Non spiegano, attraggono.

Ecco una prima differenza tra informazione, che risponde alla domanda come, e comunicazione, che racconta il perché. Il pubblico non è mai uno solo. Ci sono i giornalisti, che vogliono capire il processo e le scelte. Ci sono i possibili nuovi clienti, che cercano conferma della propria visione o vanno a caccia di qualcosa che li sorprenda. E poi ci sono i curiosi, quelli che inciampano in una foto e restano. A ognuno serve un linguaggio diverso, un tono, un ritmo. Comunicare l’architettura è anche questo: saper passare dal tecnico al poetico, dal ragionamento al racconto, senza perdere verità.

In fondo, comunicare è un atto di fiducia. Fiducia nel fatto che dietro le forme e i materiali ci sia sempre una storia da condividere, e che qualcuno là fuori sia disposto ad ascoltarla. A volte serve dire tutto, altre serve dire meno ma benissimo. Anche l’architettura è fatta della stessa sostanza dei sogni: serve a costruire luoghi dove le persone possano riconoscersi. E questo, più che una strategia di comunicazione, è un modo di stare al mondo.

Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine