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Cosa resta dell’architettura?

Nel saggio “Quel che resta dell’architettura”, Marco Biraghi evoca una rifondazione etica del costruire. Contro la riduzione del progetto a puro asset finanziario e tecnico, l’autore invita a ritrovare l’arché, il radicamento storico, civile e umano dello spazio

In una fase storica segnata da un’intensa espansione immobiliare, parlare di crisi dell’architettura può sembrare paradossale. Eppure è da questo scarto che prende le mosse il saggio Quel che resta dell’architettura di Marco Biraghi, edito da Einaudi: non una crisi produttiva, ma una crisi di senso.

Assumendo Vittorio Gregotti come guida, Biraghi – professore di Storia dell’architettura contemporanea al Politecnico di Milano – individua una frattura: il progetto moderno si fondava su “un’utopica idea di ragione” e proiettava l’architettura verso una prospettiva di progresso; quello contemporaneo si schiaccia sul presente, piegandosi a logiche di mercato. La differenza non è stilistica, ma ontologica: non riguarda il linguaggio, bensì l’orizzonte. 

Qui sta il cuore del libro: operare nel mercato è inevitabile; operare secondo una logica economicistica è una scelta. Da decenni lo spazio costruito è trattato sempre più come asset finanziario, non come bene pubblico. Quando il committente è un fondo d’investimento globale come accade spesso oggi, l’architetto diventa un traduttore di programmi altrui, smarrendo la propria funzione trasformativa, sostituita da un’innovazione che migliora prestazioni e design, ma che non problematizza l’esistente.

Secondo Biraghi la crisi, allora, dipende dall’indebolimento del conflitto: sotto il consenso verso termini apparentemente progressisti come sostenibilità e inclusività, il progetto tende a farsi adattivo. A tutto ciò si aggiungono una sorta di “presentificazione” – si costruisce per cicli brevi, per eventi, per flussi, anziché immaginare una permanenza – e un’iper-tecnicizzazione ora amplificata dall’intelligenza artificiale: se il fine è massimizzare la rendita, l’algoritmo replicherà modelli standardizzati e slegati dal contesto, dal tessuto sociale, dal territorio.

A ben guardare, è un fenomeno che già deborda dalle città per colonizzare coste e campagne con un’edilizia modulare da catalogo: oggetti seriali che si impongono sul paesaggio non per scelta estetica, ma come esito di una speculazione che ha reso il costruire su misura proibitivo, favorendo prodotti pronti al consumo, energeticamente impeccabili ma sostanzialmente indifferenti al luogo.

Partendo da queste constatazioni, Biraghi pare, dunque, auspicare una rifondazione etica. L’architetto dovrebbe recuperare una centralità non narcisistica, ma “donativa”, offrire le proprie competenze come atto di responsabilità, combinando logos tecnico e mythos: una dimensione, quest’ultima, capace di conferire risonanza ulteriore al progetto, di aprire domande non funzionali al sistema. Di chiedersi, ad esempio, non solo quanta densità si possa creare e vendere, ma quale densità favorisca una vita di vicinato. Non solo come rendere attrattiva una riqualificazione, ma chi rischierà di esserne espulso.

Differenze sottili, ma decisive, che spostano il baricentro dal parametro al senso. È a questo punto che nel libro entra in gioco l’idea di un’architettura “etimologica”, che torni alle radici non per nostalgia stilistica, ma per interrogare l’arché: il principio generatore. Se coscienza storica e radicamento nei luoghi continuano a rappresentare le basi del progetto, oggi la radice non è solo nel passato: è nelle condizioni climatiche, nelle fragilità sociali, nelle disuguaglianze. Un’architettura radicata è quella che senza ipocrisie riconosce queste stratificazioni come materia progettuale.

Ed è proprio in questa aderenza al reale che la nozione biraghiana di “frammento di verità” – la capacità del progetto di rispondere agli effettivi bisogni di corpi e luoghi – emerge non come un’astrazione, ma come una scommessa realistica. Se “quel che resta dell’architettura” è la capacità di produrre visioni che eccedano l’immediato, il “frammento” è l’occasione in cui il progetto smette di subìre il mercato e torna a modificare relazioni, a redistribuire possibilità, a creare nuovi orizzonti per chi vive lo spazio.

Le nuove generazioni sentiranno l’urgenza di una tale rifondazione? Biraghi non offre ricette, ma una postura: meno ossessione per l’oggetto iconico, più cura per l’abitabilità collettiva. In tempi di conformismo tecnico e di gentrificazioni spinte, è già molto.

Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine