Cemento, luce e vuoto: sono questi i materiali con cui il maestro giapponese Tadao Ando costruisce Koshino House. Un’opera monumentale e austera, caratterizzata da spazi che richiamano le forme archetipiche dell’architettura sacra giapponese e la lezione di Le Corbusier
C’è un architetto che ha trasformato il silenzio in uno strumento progettuale, che ha fatto del vuoto una categoria estetica e del cemento un mezzo per parlare di luce. Quell’architetto è Tadao Ando, nato a Osaka nel 1941, pugile, falegname, viaggiatore instancabile e, infine, uno dei maestri indiscussi dell’architettura contemporanea, vincitore del Pritzker Prize nel 1995.
Il suo percorso è tutto fuorché convenzionale. Autodidatta, Ando studia le opere dei grandi maestri occidentali – Le Corbusier, Wright, Kahn – attraverso libri e viaggi, percorrendo Europa e America. Da Le Corbusier eredita la disciplina della forma e la fede nel modernismo; dalla tradizione giapponese, dalla cultura Zen, dallo scintoismo, assorbe la capacità di fare dello spazio un luogo di contemplazione. Si dice che la sua architettura produca un effetto haiku, enfatizzando il nulla, il vuoto, il silenzio, per rappresentare la bellezza della semplicità. “Non credo che l’architettura debba parlare troppo”, spiega. “Dovrebbe rimanere in silenzio e lasciare che la natura si travesta di luce del sole e di vento”.
Il materiale attraverso cui questo silenzio prende forma è il cemento: liscio, preciso, quasi vellutato. Le casseforme trattate a cera si basano sulla dimensione del tatami giapponese, conferendo alle superfici un carattere quasi artigianale. Eppure il cemento di Ando non è mai freddo, inerte e asettico: è un foglio neutro che assorbe e riflette la luce. Come succede per la Koshino House (1981-1984), situata sulle colline boscose di Ashiya, nella prefettura di Hyōgo, tra Osaka e Kobe. Commissionata dalla celebre stilista Hiroko Koshino, l’abitazione rappresenta una delle opere più significative della prima fase progettuale di Ando.
L’arrivo alla casa avviene dall’alto. Grazie alla forte pendenza del sito, il visitatore percepisce inizialmente soltanto la copertura dell’edificio. L’architettura si rivela progressivamente durante il percorso di avvicinamento. Ando si inserisce nel paesaggio con discrezione, incastonando i volumi nel pendio e rispettando la vegetazione esistente. La composizione si articola attorno a due volumi rettangolari in cemento armato, disposti parallelamente e parzialmente incassati nel fianco della collina.
Il volume settentrionale si sviluppa su due livelli: al piano inferiore il soggiorno a doppia altezza, la cucina e la sala da pranzo; al livello superiore la camera padronale e uno studio. Il volume meridionale accoglie le camere dei figli, organizzate in sequenza lineare. Tra i due volumi prende forma una corte che segue naturalmente l’andamento del terreno. Mentre un’ampia scalinata conduce verso il cortile ribassato, dove la luce filtra attraverso la chioma degli alberi.
Un corridoio sotterraneo collega i due corpi principali passando al di sotto della scalinata esterna, trasformando il percorso in un’esperienza percettiva costruita sul contrasto tra luce e ombra, compressione e apertura. Ando non concepisce il movimento come semplice collegamento funzionale, ma come parte integrante dell’esperienza architettonica. Un approccio che richiama la tradizione del giardino giapponese, dove lo spazio si rivela attraverso una successione di scorci e inquadrature, senza mai concedersi in una visione immediata e totale.
Le facciate sono attraversate da strette aperture verticali che producono complessi giochi di ombre, unica forma di decorazione concessa. Le ampie aperture del soggiorno incorniciano invece le pendici alberate. Tutte le pareti sono in cemento a vista, privo di qualsiasi finitura. Le superfici conservano l’impronta delle casseforme lignee, introducendo una sottile componente tattile che ne attenua l’apparente freddezza.
“In architettura la luce è il materiale più potente”, spiega Ando. “Alla Koshino House volevo utilizzare il cemento per creare l’oscurità, affinché la luce potesse diventare architettura”. Nel corso della giornata e delle stagioni, le ombre mutano e si spostano sulle superfici, trasformando l’architettura in uno strumento capace di rendere visibile il trascorrere del tempo. Il confronto tra la massa compatta del cemento e la natura effimera della luce genera una tensione costante, conferendo agli spazi una qualità quasi meditativa.
Gli interni mantengono un carattere sobrio, ascetico. Il dialogo tra pieno e vuoto supera la dimensione formale per assumere una valenza emotiva. Sebbene l’opera venga spesso associata al minimalismo, la sua lettura appare più completa se ricondotta alle forme archetipiche dell’architettura sacra giapponese e alla sensibilità dello scintoismo, reinterpretate attraverso la cultura Zen. L’opera riflette in particolare il concetto di ma – lo spazio che esiste tra le cose – un’idea che attribuisce valore al vuoto e all’intervallo, considerandoli elementi attivi della composizione.
Nel 1983 Ando aggiunge un ampliamento destinato allo studio, completamente inserito nel terreno a nord dell’edificio. Il nuovo volume introduce un elemento inaspettato: una parete curva che interrompe la rigorosa geometria ortogonale dei corpi esistenti. Una porzione della copertura viene rimossa lungo il suo tracciato, consentendo alla luce di disegnare superfici in continuo mutamento. Se nella casa originaria le ombre seguivano geometrie lineari, nell’ampliamento assumono un andamento più fluido e dinamico.
La Koshino House rappresenta un momento cruciale nella carriera di Ando: pur mantenendo l’intensità sperimentale delle prime realizzazioni, il progetto di Ashiya introduce un linguaggio più maturo, anticipando i temi che diventeranno centrali nella sua ricerca: il movimento come esperienza spaziale, la percezione sensoriale, la dimensione fenomenologica dell’architettura.
È la stessa strategia che ritroviamo nei lavori successivi: nell’Azuma House di Sumiyoshi (1976), la casa-cortile che lo aveva consacrato a livello internazionale, con il suo spazio chiuso e introverso aperto agli elementi; nel Complesso Residenziale Rokko a Kobe (1983-1999), articolato sistema di terrazze e giardini incastonato su una ripida collina; nel Museo d’Arte Contemporanea di Naoshima (1992), parzialmente interrato e concepito come un’estensione del paesaggio marino; nella Chiesa della Luce a Ibaraki (1989), dove un volume di cemento è attraversato da una croce incisa nella parete che lascia filtrare fasci di luce a ogni ora del giorno; nella Chiesa sull’Acqua a Tomamu (1988), dove due cubi sovrapposti si affacciano su uno specchio d’acqua riflettente; fino alla Collina del Buddha a Sapporo (2015), dove una monumentale distesa di lavanda cela una statua del Buddha, svelata soltanto attraverso un tunnel scavato nella roccia.
Come accade nell’opera di Luis Barragán – con cui Ando condivide la ricerca di un equilibrio tra modernismo internazionale e tradizione locale – non interessa costruire strutture funzionali, ma lasciare spazio alle emozioni, creare un’architettura al tempo stesso monumentale e spoglia, che permetta alla mente di vagare tra le sue mura.
La Koshino House è, in questo senso, un manifesto: un’opera in cui cemento, luce e vuoto compongono una grammatica architettonica di straordinaria coerenza, capace di parlare ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla sua realizzazione, a chiunque si interroghi sui fondamenti della disciplina.
Koshino House Aerial View. Courtesy Shinkenchiku Sha
Courtesy Chris Schroeer Heiermann
Courtesy Kazunori Fujimoto
Courtesy Agustin Lanfrit
Courtesy Kazunori Fujimoto
Courtesy Chris Schroeer Heiermann
Courtesy Chris Schroeer Heiermann
Courtesy Kazunori Fujimoto
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Courtesy Tadao Ando
Courtesy Tadao Ando
Courtesy Tadao Ando