CASA ATELIER
A casa di Mattia Bosco

Pareti grezze in cemento e mattoni, il profumo di legna bruciata, la luce che cade dall’alto avvolgendo le grandi opere di pietra nel silenzio della chiassosa Milano. Siamo nella casa-atelier di Mattia Bosco, artista filosofo

Alla periferia del quartiere Isola a Milano, la casa-studio di Mattia Bosco, era un tempo lo spazio di lavoro di un fabbro. Come lui stesso racconta: “Lo spazio è nato come capannone artigianale nei primi del Novecento, coevo alla casa credo. È stato sempre un’officina di fabbri. Quando l’ho visto per la prima volta sono rimasto colpito dalla colonnina liberty in ghisa che regge la trave centrale del tetto a shed”. Il profumo di legna bruciata, regalato dal camino, ricorda una casa di montagna. Montagne che Mattia ama. Infatti, si divide tra Milano e le valli dell’Ossola, dove ha una piccola casa antica, semplice, in pietra, nella quale lavora da ormai dieci anni.

Varcato l’ingresso, lasciamo subito alle spalle la confusione cittadina e veniamo avvolti da un silenzio profondo, da una calma a cui non siamo abituati. Ci troviamo in un piccolo disimpegno, dove una libreria terracielo lascia intravvedere, ma senza svelare troppo. Al suo interno un piccolo varco ci invita a entrare. Un ambiente a doppia altezza, illuminato da una luce zenitale, crea un luogo intimo, dall’atmosfera avvolgente, quasi religiosa. Un soppalco crea due spazi più raccolti, un salotto al piano terra e la camera al piano superiore. Il tutto costellato da grandi e piccole opere in pietra, che danno un’impronta solenne allo spazio.

“Il tipo di lavoro che faccio mi ha portato sempre di più a lavorare lontano da Milano, così questo spazio ha sviluppato altre funzioni. Potrei dire che rappresenta un rifugio, un luogo dove mi raccolgo e che custodisce alcune cose importanti, tipo i libri, che in un posto pieno di polvere di marmo non starebbero bene, ma è anche il luogo dove osservo la capacità delle mie sculture di alterare lo spazio, di trasformarlo”.

Un luogo che accoglie amici, artisti e collezionisti, aperto ma allo stesso tempo silenzioso, intimo, spazio di scambio e confronto, dove riesce ad avvicinare le persone al suo lavoro, al suo mondo. “È uno spazio che esprime esigenze diverse, che comunque mi appartengono, la necessità di concentrarmi e quella di condividere. Penso che per offrire qualcosa agli altri sia necessario prima realizzarlo, e la scultura per me è qualcosa che accade in un corpo a corpo tra me e un pezzo di mondo, qualcosa di solitario che però in fondo faccio per gli altri”.

Mattia lavora la pietra, anzi, ascolta la pietra, per farne emergere la forma intrinseca, custodita al suo interno. Dal blocco imponente, dalla forma naturale e spontanea, emerge la forma nascosta, spesso pungente e precisa. La fase creativa avviene in mezzo alla natura, in una cava di marmo nelle valli dell’Ossola, nei boschi, in un anfiteatro di pietra bianchissima che abbraccia il mare, nella natura.

“Scolpisco alla luce del sole, all’aria aperta, al caldo, al freddo, nella polvere, lavoro con le mani, con gli occhi, in un esercizio continuo di attenzione, in un gioco veloce di rimbalzi tra ciò che decido di fare e ciò che accade, tra slancio e scoperta, tra coraggio e prudenza. Più che scegliere io scommetto per certe possibilità e non altre, guardo una pietra e decido di intervenire lì e non altrove, sapendo che ogni volta come al genio della lampada posso fare solo una, due, massimo tre domande”.

E proprio durante la nostra visita, Mattia stava progettando la mostra Kòrai, che si svolge a Roma al Tempio di Venere. Stava realizzando dei piccoli modellini in gesso delle sue opere, in modo preciso, meticoloso, con quelli avrebbe realizzato poi il layout della mostra. Nulla di digitale, tutto concreto, spiegato attraverso la modellazione della materia.