Una casa dipinta e colorata, nel cuore antico di Todi, rifugio dell’artista concettuale irlandese Brian O’Doherty e di sua moglie Barbara. Oggi visitabile come una vera casa museo, è un omaggio alla fantasia e alla sperimentazione. E alle origini celtiche del suo autore
Chi non ricorda la famosa hit degli U2 Sunday Bloody Sunday? La canzone narrava dei violenti fatti accaduti a Derry, nell’Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972, giorno in cui i soldati britannici spararono a 26 civili disarmati che stavano protestando pacificamente contro l’operazione Demetrius. Dopo quell’episodio l’Irlanda non poteva più fare finta di niente: artisti e creativi in primis sentirono il bisogno di raccontare, di schierarsi, di manifestare il loro dolore e la loro rabbia. Questa storia, che ha poi preso i colori poetici e talcati di un’Umbria antica, nasce da quella domenica insanguinata.
Brian O’Doherty infatti, artista concettuale irlandese, pacifista per natura, ex medico, docente e critico d’arte, nonché autore di testi di saggistica sull’arte (il suo White Cube è uno dei testi più affascinanti della storia dell’arte del XX secolo), decise che “non ci sarebbe stato più”. Divenne così Patrick Ireland, un alias che simboleggiasse le sue radici e che mantenne fino al 2008. O’Doherty, che si fece un nome negli Anni 60 a New York nel mondo dell’arte concettuale, ha sempre indagato sui limiti della percezione, del linguaggio, dei sistemi seriali e dell’identità, cercando di coinvolgere la mente e i sensi degli spettatori. Dopo i fatti di Berry, Brian, con la moglie Barbara Novak, critica d’arte, decide di fare rotta verso l’Italia. I due scelgono un luogo mistico e pieno di verde, come l’Irlanda, e scelgono Todi e un’Umbria arcaica.
Nel 1975 la coppia compra una casa, una dimora ottocentesca in pieno centro, nei pressi di Piazza del Popolo. Un rifugio dalla rabbia, dalla violenza, dal sangue. Una casa vacanza, dove creare e riposare. La cittadina li accoglie, inglobandoli nei suoi ritmi lenti e calibrati. Due anni dopo, Brian inizia a dipingere con colori acrilici la sua dimora, trasformandola in un’opera d’arte da vivere, in un palcoscenico, in una quinta totale, tra richiami alla sua terra e alle tradizioni celtiche, tra geometrie perfette, incontri di colori e prospettive. E installazioni permanenti che, a differenza di quelle che era solito montare in vari musei del mondo, qui sono restate.
Segni, memorie, alfabeti runici, polveri di colore. Azzurri, celesti, blu e ciano, ocra e rossi tizianeschi e viola sognanti: la Casa Dipinta è oggi un museo che viene visitato dai turisti più attenti, una testimonianza d’arte e di rinascita. Ed è stupendo aggirarsi sui tre piani, e godere della sua bellezza unica: tutta la dimora è immersa nel colore, nelle prospettive, nei giochi visivi. Il primo piano, dove si trovano cucina e sala da pranzo, evoca un tempio Ogham, ovvero un luogo dove i Druidi erano dediti a scrivere con il loro linguaggio segreto, costituito da una serie di segni tracciati con bastoncini in legno su corteccia, utilizzati per scopi rituali o magici. Ed eccole le parole chiave del linguaggio artistico di O’Doherty: One, Here, Now (Uno, Qui, Ora) che si trovano all’ingresso della sala, assieme alla trascrizione dell’intero codice antico.
Salendo sette gradini, anch’essi colorati con le nuance dell’arcobaleno, si arriva al secondo piano. Qui è visibile l’opera Trecento, un richiamo e un omaggio alle pale d’altare del primo Rinascimento: i sottili fili fissati alla parete indicano la giusta prospettiva verso l’altare, che l’artista ha dipinto con i tre colori primari, rosso, giallo, blu. Si sale ancora con ripidi scalini. E la magia non finisce. Nella stanza da letto la testata è occupata da una finestra metafisica, spalancata su un mondo quieto e sereno, e anche il bagno è ‘celestiale’.
Tutto lo spazio, le scale, il salone col camino, l’ingresso, la cucina, sono tutti affrescati con grazia geometrica, in un gioco di rimandi con le istallazioni permanenti, questi famosi fili tesi che invitano a cambiare prospettiva. Un’unione di linguaggi mistica, un invito al gioco, uno spazio che oggi si direbbe ‘immersivo’, e che ci ricorda come siamo tutti: “One, Here, Now”.