Tra le montagne del Tianshan e la steppa di Nalati, CCD Cheng Chung Design crea un hotel che è insieme rifugio, racconto e paesaggio. Dove luce, legno e pietra diventano linguaggio di una contemporaneità radicata nella memoria nomade del popolo kazaki
La steppa di Nalati nello Xinjiang – in Cina – è una delle praterie più spettacolari al mondo, nota per i suoi paesaggi mozzafiato circondati fiumi e montagne. Una zona naturale famosa non solo per la sua bellezza, ma anche per la presenza della popolazione nomade kazaka, indissolubilmente legata alla figura storica – e mitica – del condottiero Gengis Khan.
È in queste terre straordinarie e affascinanti che sorge il nuovo Hotel Indigo Nalati progettato dallo studio CCD Cheng Chung Design. Una struttura direttamente ispirata – nella forma e nello stile – all’immaginario della vita nomade, alle yurte e ai piccoli villaggi kazaki.
L’architettura adotta una scelta morfologica precisa: rinuncia a un volume unico e imponente a favore di una costellazione di corpi di fabbrica disseminati nel territorio. Visti da lontano, i singoli edifici emergono dalla terra, disegnando un insediamento che evoca la dispersione degli accampamenti tradizionali nella steppa.
Questa scelta decentralizzata e diffusa non è solo estetica o di mimetismo paesaggistico, ma struttura e definisce anche l’esperienza dell’ospite. Gli edifici sono collegati da percorsi pedonali che integrano l’ambiente naturale nel tessuto stesso dell’hotel. Ne risulta un modello di ospitalità in simbiosi con il paesaggio, dove il confine tra ambiente costruito e naturale si fa poroso, invitando a una transizione lenta e consapevole.
L’ingresso, plasmato come un portale di luce, introduce l’ospite in un’atmosfera cerimoniale. Il portico curvo, dalle tonalità calde, riprende le forme dell’Aul – il tradizionale insediamento nomade – e apre a una prima soglia esperienziale: il passaggio dal mondo esterno alla dimensione raccolta e contemplativa di Indigo Nalati.
La cupola centrale, ispirata a una yurta, si apre come un grande ventre accogliente: un luogo di incontro dove il fuoco diventa il centro simbolico dello spazio
Al centro del resort, la lobby si configura come un ampio spazio sormontato da una “cupola di luce”, contemporanea reinterpretazione della struttura circolare della yurta. Le superfici in mattoni rossi e le texture a scaglie del soffitto costruiscono un’atmosfera calda e avvlgente, dove la luce scivola con lentezza. Al centro, un camino reinterpreta l’antico focolare nomade, che invita alla condivisione, ma anche al silenzio e all’ascolto.
Ogni dettaglio esprime sensibilità per la tradizione, resa però da un linguaggio sottile e contemporaneo. Le decorazioni a rilievo ispirate ai motivi etnici, i tappeti con pattern locali, i grandi pannelli realizzati con fili di feltro narrano il legame tra cultura materiale e identità. Anche l’uso calibrato della luce naturale diventa uno strumento poetico e percettivo, trasformando le superfici in mappe temporali dove il mutamento delle stagioni si traduce in vibrazione visiva.
Nel ristorante Show · A Neighborhood Café, la progettazione si apre a un paesaggio simbolico: un “banchetto della steppa” dove materiali, tonalità e tracciati richiamano le forme fluide dell’acqua e del vento. La barra circolare centrale evoca l’immagine di un albero solitario, mentre pavimentazioni e proporzioni invitano a muoversi lungo traiettorie curve, in un dialogo continuo tra in and out. Mentre mattoni, legno e metallo compongono una tavolozza terrosa in equilibrio tra rusticità e precisione artigianale.
Ogni materiale — mattone, legno, feltro — è parte di un vocabolario che traduce la cultura nomade in gesto architettonico contemporaneo
Le camere riprendono nuovamente l’essenza domestica della yurta. Pareti e partizioni ne reinterpretano la struttura lignea a reticolo, trasformandola in un motivo grafico di leggerezza e protezione. La luce entra da un’apertura zenitale, come nel foro tradizionale della tenda, filtrando con delicatezza e trasformando il riposo in una sorta di rito naturale. Tutto è calibrato nella materia e nel colore: il legno tenue, il feltro cesellato, i dettagli in argento e gli elementi iconografici che rimandano ai cavalli, al pane naan e agli strumenti tradizionali del popolo kazaki.
La poetica dell’hotel si fonda così sull’equilibrio tra appartenenza e scoperta. Cheng Chung Design non cerca di rappresentare la tradizione come immagine folclorica, ma di tradurla in comportamento spaziale, in un modo di abitare e percepire. Qui ogni spazio è un punto di passaggio tra memoria e presente, tra intimità e vastità. L’esperienza dell’ospite diventa così una traversata in un paesaggio interiore, un viaggio che definisce il senso del luogo.
Hotel Indigo Nalati appare come parte del respiro stesso della steppa: un’architettura che affiora dalla terra, interpretando la materia e la luce come strumenti di continuità culturale. Nell’incontro silenzioso tra il ritmo del vento e quello dell’uomo, il progetto ritrova il suo centro e il viaggio si fa permanenza. E come in un rito antico racconta un modo diverso di abitare il mondo.